domenica 18 aprile 2010

La lotta della Tekel, Osservatorio Balcani e Caucaso, Alberto Tetta | Ankara 31 marzo 2010

La lotta della Tekel

Ulus, Ankara (Foto kriskaer, Flickr)

I lavoratori degli ex monopoli di Stato turchi guidano mobilitazioni sempre più forti contro la politica ultra-liberista del governo Erdoğan. L'analisi dei rappresentanti sindacali, la solidarietà della popolazione di Ankara con i lavoratori

Era dal colpo di Stato del 1980 che in Turchia il movimento dei lavoratori non era così combattivo. La disoccupazione alle stelle, la crisi globale, la politica economica ultra-liberista del governo Erdoğan, i licenziamenti dovuti al processo di privatizzazione delle aziende pubbliche stanno alimentando lo scontento tra i lavoratori.

A fare da apripista sono stati i 279 dipendenti dell'azienda pubblica Kent A.Ş., che a novembre hanno organizzato una marcia di 350 chilometri tra Izmir e Ankara per protestare contro l’esternalizzazione dei servizi di pulizia e manutenzione urbana di Izmir che li aveva lasciati senza lavoro.

TEKEL_logosu

E' a dicembre, però, che è iniziata la mobilitazione più importante di questi mesi, quella dei lavoratori della TEKEL, i monopoli di stato turchi, che per quasi ottanta giorni si sono accampati, ad Ankara, davanti alla sede del più importante sindacato del paese, Türk-İş, chiedendo di essere assunti come dipendenti statali con lo stesso stipendio, che percepivano prima che la loro azienda venisse privatizzata, circa 1.500 lire turche al mese (750 euro).

Il governo, invece, ha offerto ai diecimila dipendenti TEKEL un contratto di soli undici mesi con stipendi che vanno da un minimo di 300 lire turche (150 euro) a un massimo di 850 (425 euro), a seconda del livello di istruzione. Questo tipo di contratto, il 4/c, che prende il nome dalla legge sulla pubblica amministrazione che lo ha istituito, è stato introdotto per assumere a tempo determinato stagisti e collaboratori. Dal 2004, però, il governo ha iniziato a utilizzarlo come ammortizzatore sociale per i dipendenti delle ex imprese pubbliche rimasti disoccupati dopo le privatizzazioni.

“La lotta non è iniziata a dicembre, sono anni che lottiamo insieme ai lavoratori della TEKEL e ai coltivatori di tabacco”, racconta a Osservatorio Balcani e Caucaso Burcu Ayan, sindacalista di Tekgıda-İş. ”Nel 2004 il governo ha privatizzato il settore alcol dei monopoli statali, poi nel 2008 il settore tabacco è stato venduto alla British American Tobacco. Il fatto scandaloso, però, è che durante la trattativa tra il governo e la multinazionale non si è mai parlato dei 150mila dipendenti della TEKEL. Dopo la privatizzazione, nel 2008, quattro delle sei fabbriche TEKEL sono state chiuse. Quindi il governo, nel luglio 2008, ha parcheggiato i dipendenti in esubero a lavorare nei depositi dell’azienda che erano rimasti di proprietà statale. A fine 2009, però, il governo ha annunciato che entro il 3 gennaio 2010 anche i depositi avrebbero chiuso i battenti, quindi abbiamo iniziato a mobilitarci per salvaguardare l’occupazione.”

Il 15 dicembre, poco prima della chiusura dei depositi, 12mila lavoratori della TEKEL sono arrivati ad Ankara a bordo di 160 pullman organizzati dal sindacato Tekgıda-iş e hanno avviato un presidio davanti alla sede del partito AKP, di Erdoğan. Dopo tre giorni di proteste è intervenuta la polizia e il segretario generale del sindacato, Mustafa Türkel, è stato arrestato, per essere poi rilasciato poche ore dopo. A questo punto il presidio è continuato davanti alla sede della confederazione sindacale Türk-iş.

Il presidio permanente dei lavoratori  Tekel (Foto Murat Utku, BIANET)

Il presidio permanente dei lavoratori Tekel (Foto Murat Utku, BIANET)

Il presidio è diventato permanente, sono stati montati più di dieci tendoni e i lavoratori hanno vissuto, mangiato, dormito davanti alla sede del sindacato per 78 giorni. E’ stata un’esperienza incredibile, la solidarietà materiale dei negozianti e degli abitanti del quartiere di Sakarya, dove erano accampati i lavoratori, è stata fortissima. Gli attivisti di diverse organizzazioni non governative turche, sindacalisti, militanti di partiti della sinistra parlamentare ed extraparlamentare e le organizzazioni studentesche hanno sostenuto i lavoratori portando coperte, organizzando eventi culturali nelle tende, cucinando ogni giorno. Il 20 febbraio è stato proclamato dalle quattro maggiori organizzazioni sindacali lo sciopero generale a sostegno dei lavoratori TEKEL. E' a prima volta che si organizzava uno manifestazione di questo tipo dagli anni settanta. Erdoğan ha poi dichiarato che se entro il 3 marzo, termine ultimo per accettare le condizioni contrattuali proposte dal governo, non fosse stato smontato il presidio, sarebbe intervenuta la polizia. Il due marzo il Consiglio di Stato ha dichiarato l’ultimatum del governo illegittimo. In base alla decisione dei giudici, i lavoratori TEKEL hanno diritto ad altri otto mesi di stipendio prima di essere licenziati. Per noi è stata una prima vittoria, anche se solo parziale, quindi abbiamo deciso di interrompere il presidio.”

Secondo Ayan, la battaglia della TEKEL è importante non solo perché si sta lottando per il posto di lavoro di 10mila persone, ma anche perché nei prossimi mesi almeno altri 100mila lavoratori si troveranno disoccupati a causa delle privatizzazioni e, se i lavoratori dei monopoli non dovessero vincere, per gli altri le speranze di essere riassunti sarebbero poche.

Da due anni la crescita economica, fiore all’occhiello del governo Erdoğan, ha subito un rallentamento e, guardando al rapporto sull’occupazione relativo al 2009, pubblicato all'inizio di marzo dal TÜIK, l’Istituto Turco di Statistica, la situazione è tutt’altro che positiva. Il 44% dei lavoratori è in nero, i senza lavoro sono il 14 per cento della forza lavoro e un giovane su quattro è disoccupato.

Ringraziamo i cittadini di Ankara e i  negozianti del quartiere di Sakarya per il sosegno che ci hanno dato,  Tekgida-Is (Foto Murat Utku, BIANET)

Ringraziamo i cittadini di Ankara e i negozianti del quartiere di Sakarya per il sosegno che ci hanno dato, Tekgida-Is (Foto Murat Utku, BIANET)

Tayfun Görgün, segretario generale della DİSK, Confederazione Progressista dei Sindacati della Turchia, da noi intervistato, ha le idee chiare sulla politica economica del governo: “La Turchia è uno dei Paesi dove il paradigma neoliberista è stato applicato con più rigore. La concorrenza tra le aziende è altissima e, dato che quasi la metà dell’economia è informale e l’azione dei sindacati è ostacolata in ogni modo, sono i lavoratori a pagare il prezzo più alto della crisi.”

Anche l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e l’Unione Europea hanno invitato più volte la Turchia ad adeguarsi agli accordi internazionali sui diritti dei lavoratori. “La legislazione sul lavoro è stata riscritta dopo il colpo di Stato militare del 1980 secondo una logica antidemocratica, secondo la quale i sindacati sono organizzazioni dannose per la società, da tenere ai margini”, spiega Görgün. “E’ stato ideato un complesso sistema per rendere la loro azione il più difficile possibile. Per esempio i dipendenti della pubblica amministrazione, gli insegnanti, i lavoratori dei trasporti e dei servizi non possono scioperare e per loro non esiste alcuna forma di contratto collettivo. Negli altri settori invece i lavoratori di una data azienda possono scioperare solo se un sindacato che ha il 51 per cento di iscritti in quel dato posto di lavoro, e almeno il 10 percento in tutte le aziende del gruppo, chiama alla mobilitazione, a questo punto solo gli iscritti al sindacato possono scioperare.”

Intanto i lavoratori continuano a mobilitarsi, il 16 maggio verrà proclamato un nuovo sciopero generale e il primo aprile i lavoratori TEKEL saranno di nuovo ad Ankara per chiedere l’abolizione del contratto 4/c e l’assunzione a tempo indeterminato come dipendenti statali. La neve che ha ricoperto le tende in cui hanno passato quasi tre mesi non c’è più, fa caldo e il sole risplende sulla capitale, ma nelle case dei lavoratori TEKEL la primavera tarda ancora ad arrivare.

giovedì 11 marzo 2010

Naturalmente europea, 05.03.2010, Osservatorio Balcani

Naturalmente europea

Da Istanbul, scrive Alberto Tetta

Istanbul è capitale europea della cultura per il 2010. Il calendario degli eventi, il dibattito tra artisti e urbanisti sulle scelte operate dall'Agenzia Istanbul 2010. L'identità turca, l'identità europea

Dal 16 Gennaio Istanbul è ufficialmente Capitale Europea della Cultura 2010 insieme alla tedesca Essen e all’ungherese Pecs. Performance, concerti e spettacoli pirotecnici in sette diverse zone della città hanno caratterizzato la giornata inaugurale. Ospiti d’onore il primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan e il Presidente della Repubblica Abdullah Gül.

Durante il discorso inaugurale Erdoğan ha sottolineato che “Istanbul è una città europea, è ed è sempre stata una città storicamente e culturalmente rivolta verso l’Europa. Istanbul ha costruito la propria identità nell’identificazione con essa. Anche solo il fatto che una città come Istanbul si trovi in Turchia significa che il nostro Paese fa parte dell’Europa ed è un membro naturale dell’UE”.

Il primo Ministro ha parlato inoltre dell'identità multiculturale di Istanbul affermando che “le grandi città sono lo specchio della civiltà. A Istanbul per secoli è stata garantita ai diversi gruppi culturali la libertà di parlare e studiare nella propria lingua, vivere liberamente le proprie appartenenze religiose, preservare la propria cultura e le proprie tradizioni”.
Il chiosco informativo di Istanbul 2010 a Taksim (Foto Giacomo Cuva)


GLI EVENTI DI ISTANBUL 2010


ARTE CONTEMPORANEA

PORTABLE ART 2010 | Ottobre 2008 – Dicembre 2010
LIVES AND WORKS IN ISTANBUL | Novembre 2008 – Dicembre 2010
PHOTOGRAPHY PARADE | Settembre 2009 – Dicembre 2010
ISTANBUL TIME TRAVEL EXPERIMENT, SPEAKING WITH THE UNCONSCIOUS SOCIAL MIND | Giugno 2010
BREAKING THE STEREOTYPES PART 3: THE MUTUAL UNDERSTANDING OF IMAGES: THE ORIENT AND EUROPE | Maggio – Giugno 2010
ANATOLIAN ENLIGHTENMENT OF ART | Gennaio – Dicembre 2010

FESTIVALS

DANCE PLATFORM ISTANBUL | Aprile – Dicembre 2010
ISTANPOLI | Ottobre 2009 – Dicembre 2010
THE TRADITION THAT OPENS CURTAIN TO THE FUTURE Maggio 2008 – Novembre 2010
WORLD PUPPETS IN ISTANBUL | Marzo – Maggio 2010
2nd ISTANBUL INTERNATIONAL BALLET COMPETITION | 5 – 10 Giugno 2010
FROM 7 DISTRICTS TO 7 HILLS | Febbraio – Novembre 2010
AHIRKAPI-ÇATLADIKAPI HIDRELLEZ FESTIVITIES | 5 Maggio 2010
ISTANBUL INTERNATIONAL POETRY FESTIVAL 11 – 15 Maggio 2010


Tra gli eventi inaugurali, il più partecipato è stato il concerto in Piazza Taksim della pop-star Tarkan, il cantante turco più conosciuto all’estero, in particolare nei Balcani, nel mondo arabo e nel Caucaso. Altri sei quartieri di Istanbul hanno fatto da location per i concerti di artisti del calibro di Nil Karaibrahimgil, Kıraç, Zara, la rock band Mör ve Ötesi e il musicista electro-sufi Mercan Dede. Secondo Yılmaz Kurt, segretario Generale della Agenzia Istanbul 2010 Capitale Europea della Cultura, intervistato da Osservatorio Balcani e Caucaso, agli eventi inaugurali avrebbero partecipato più di 100 mila persone.

Ma quali sono state le tappe che hanno portato Istanbul a divenire quest’anno Capitale Europea della Cultura?

Tutto inizia nel 2005, quando il primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan candida Istanbul a divenire Capitale Europea della Cultura 2010. Dal 2000, infatti, è possibile che la scelta della capitale cada su una città che si trova in un Paese in via di adesione. Il 13 novembre 2006 il Parlamento europeo approva la candidatura di Istanbul e l’11 aprile viene annunciato ufficialmente che la città sul Bosforo sarà Capitale Europea della Cultura nel 2010 insieme all’ungherese Pecs e alla tedesca Essen. Nel 2007, grazie all’approvazione da parte del Parlamento turco di una legge ad hoc, viene creata l’Agenzia per la Capitale Europea della Cultura (Avrupa Kültür Başkenti Ajansı in turco).

Ad oggi questo organismo ha finanziato 537 progetti per un totale di circa 461 milioni di lire turche (223 milioni di euro). Con il 58 per cento dei fondi assegnati, i progetti di tipo architettonico e di restauro l’hanno fatta da padrone, mentre il 23 per cento del budget è stato destinato alla promozione turistica della città e solo il 19 per cento è andato a progetti teatrali, cinematografici e musicali, alle arti visive e alla letteratura. I principali progetti architettonici approvati riguardano Santa Sofia, dove la scorsa settimana si sono conclusi i lavori di restauro della cupola centrale, la scuola religiosa e il cimitero sufi di Galata, il Porto di Teodoro a Yenikapı, l’infermeria della moschea Süleymaniye e il Museo del Palazzo Topkapı.

Entrata della scuola e del cimitero sufi di Galata (Foto Giacomo Cuva)
La professoressa Zeynep Enlil, che insegna pianificazione urbana e culturale alla Facoltà di Architettura dell’Università Yıldız di Istanbul, intervistata da Osservatorio Balcani e Caucaso ha raccontato come il processo organizzativo e di selezione dei progetti da parte dell’Agenzia Istanbul 2010 sia stato piuttosto lento e problematico: “E' innegabile che a un certo punto ci sia stata una politicizzazione del processo organizzativo. Gli artisti e gli esperti indipendenti che facevano parte dell’Agenzia al momento della sua fondazione sono stati lentamente estromessi dai processi decisionali e quindi, uno dopo l’altro, si sono dimessi per essere sostituiti da persone nominate dal governo e vicine all’AKP [il partito del premier, ndr]. Persino il presidente del Comitato Esecutivo dell’Agenzia, Nuri Çolakoğlu, si è dimesso nel febbraio 2009. Tutti questi problemi hanno molto rallentato il processo organizzativo e anche la selezione dei progetti si è, diciamo, politicizzata.”

Il concept che l’Agenzia Istanbul 2010 ha scelto, come filo conduttore degli eventi, è legato alla teoria aristotelica secondo cui il principio esplicativo delle dinamiche fisiche è da ricercare nella tensione all’equilibrio tra i quattro elementi, terra, acqua, aria e fuoco, equilibrio che, fuori di metafora, ha caratterizzato il rapporto tra le diverse culture che hanno convissuto per secoli a Istanbul.

Per Zeynep Enlil, la scelta di Istanbul come Capitale Europea della Cultura è un fatto di estrema importanza dal punto di vista culturale, perché potrebbe essere per l’Europa “un nuovo input nel processo di creazione di un'identità multiculturale. Istanbul è una città caratterizzata da un'incredibile stratificazione culturale e dalla presenza di moltissimi gruppi religiosi, etnici e linguistici diversi. Sicuramente in passato ci sono stati dei conflitti ma queste differenti culture hanno imparato a vivere insieme e lo hanno fatto per secoli. Penso che questa possa essere una lezione per l’Europa”.

Dagli anni novanta a Istanbul esiste una florida scena artistica indipendente che ruota attorno a gallerie come Hafriyat o Karşı Sanat. Interessante in questo senso, ad esempio, il lavoro del collettivo Atılkunst. Secondo Yasemin Nur Toksoy, artista e ricercatrice dell’Accademia di Belle Arti “Mimar Sinan”, la scelta di Istanbul come Capitale della Cultura ha rappresentato un'opportunità: ”Negli ultimi anni sono nati molti nuovi spazi per gli artisti indipendenti, che loro stessi hanno aperto e gestito. Però tutto questo, fino ad ora, è stato reso possibile solo dal lavoro e da investimenti individuali, senza che arrivasse nessun finanziamento esterno. In questo senso, l’Ufficio per le Arti Visive della Agenzia Istanbul 2010 ha creato molte nuove possibilità per gli artisti.”

Anche secondo Zeynep Enlil la missione della Agenzia deve essere quella di creare nuove opportunità soprattutto per gli artisti, ma forse non è stato fatto abbastanza: “Molte città che sono state scelte come capitali europee della cultura hanno utilizzato questo evento per farsi conoscere, come nel caso di Essen o Pecs. Per la nostra città è diverso, piuttosto che investire sul turismo è necessario rivitalizzare la scena artistica, costruire nuove infrastrutture per l’arte, favorire la produzione culturale. Essere Capitale Europea della Cultura deve, o forse sarebbe meglio dire avrebbe dovuto, servire soprattutto a questo.”
Consulta l'archivio

martedì 2 febbraio 2010

Radio Yaşam 28.01.2010, Osservatorio Balcani

28.01.2010 Da Istanbul, scrive Alberto Tetta

Güler Yıldız (foto Alberto Tetta)
La libertà di espressione in Turchia nel terzo anniversario dell'omicidio Dink. La situazione dei media non turcofoni, la storia di Radio Vita di Istanbul. Nostra intervista con Güler Yıldız
In Turchia sono sempre di più i media che utilizzano, oltre al turco, il kurdo e altre lingue delle minoranze. Dopo decenni di nazionalismo culturale, la società turca sembra lentamente scoprire la propria natura multietnica.

Il fiorire di media non turcofoni è la diretta conseguenza di un recente cambio di rotta nella politica linguistica del Paese. Nel 2001 è stato abolito il divieto di parlare lingue che non fossero il turco, ma restava vietato scrivere e trasmettere nelle lingue delle minoranze. Nel 2006 il governo Erdoğan, facendo un timido passo in avanti, ha permesso a radio e televisioni di trasmettere in kurdo, ma unicamente musica e per un massimo di un’ora al giorno.

E’ nel 2009, con la nascita di TRT6, canale pubblico che trasmette 24 ore su 24 in kurdo, che c’è stata una vera inversione di rotta. Anche se TRT6 ha una linea editoriale decisamente filogovernativa, la scelta da parte del governo di creare un canale in kurdo significava che, da quel momento in poi, era possibile anche per gli altri media trasmettere in lingue diverse dal turco.

Le sedi di radio, televisioni e giornali multilingue sono concentrate soprattutto a Istanbul e a Diyarbakır. Le lingue più rappresentate sono il kurdo, con Azadiya Welat (quotidiano), Gün Tv e Radyo Ses, poi viene l’armeno con Su Tv, Agos (settimanale bilingue stampato ad Istanbul) e Jamalak solo in armeno. Ci sono poi il mensile Şalom, voce della comunità ebraica, Skani Nena di quella Laz e Jineps dei circassi. Apoyevmatini e Iho, infine, sono stampati in greco.

Radio Yaşam, Radio Vita, emittente con un palinsesto multilingue, è stata la prima radio ad Istanbul a proporre agli ascoltatori programmi in kurdo, armeno, laz, circasso e greco, diventando ben presto un punto di riferimento per le minoranze. Güler Yıldız, caporedattrice, ci ha parlato della radio e della libertà di espressione in Turchia.

Perché Radio Yaşam?

La diretta a Radio Yaşam (foto Alberto Tetta)
Yaşam significa vita. Vogliamo che la nostra radio racconti le tante storie diverse che attraversano la società. Istanbul è una città enorme, eccitante e stressante allo stesso tempo, multiculturale e complessa, e non è facile metabolizzare tutta questa energia. Radio Yaşam è aperta alla molteplice sinfonia di suoni di cui è fatta la vita, e vuole aiutare gli ascoltatori ad interpretarla.

La Turchia è un Paese ricco di culture diverse, ma spesso questo non trova rappresentazione sui media. La vostra scelta è in controtendenza, perché?

Che la Turchia sia un Paese multiculturale è un dato di fatto. Il problema è che sin da piccoli ci vengono inculcate nella testa idee tanto semplici quanto stereotipate, i kurdi sono cattivi, gli armeni sono cattivi, i greci sono cattivi, gli ebrei sono cattivi e così via. I libri di storia sono pieni di favole sulle minoranze, storie prive di qualsiasi fondamento. In questo modo si alimenta l’odio e i ragazzi cominciano a percepire kurdi e armeni come cittadini di seconda categoria, crescono con questi pregiudizi. I giornali ripropongono questa immagine stereotipata delle minoranze per aumentare le vendite, sanno che è quello che le persone vogliono leggere. Noi invece rifiutiamo questo approccio. Siamo una radio che trasmette da Istanbul, una città costruita da architetti greci, armeni ed ebrei così come erano greci, armeni ed ebrei coloro la abitavano prima che arrivassero i turchi. Ora ne sono rimasti pochi, ma questo non vuol dire che non esistano. Hanno associazioni culturali, gestiscono scuole e luoghi di culto, ma il problema è che la loro vita scorre parallela alla nostra, non ci conosciamo. Viviamo nello stesso palazzo, ma non sappiamo niente gli uni degli altri. Allora ci siamo detti che dovevamo fare qualcosa per avvicinare le persone, per conoscerci e soprattutto incontrarci, dare voce a tutte le diverse culture che ci circondano.

Che rapporti avete con le organizzazioni delle minoranze, ci sono programmi in cui collaborate?

Il programma in armeno "Getron" condotto da Varktes Keşİş e Artür Bağdasaryan (foto Alberto Tetta)
Il rapporto è molto buono, siamo un punto di riferimento. Per esempio i due programmi in laz che mandiamo in onda, Radyo Cixa e Tanura, sono condotti rispettivamente dal presidente e dal vicepresidente dell’Associazione Culturale Laz di Istanbul. Anche Kafdağından Esintiler, il nostro programma in circasso, ha un buon feedback da parte degli ascoltatori. Per quanto riguarda i kurdi, sono state le loro associazioni culturali le prime a sostenerci.

Cosa pensate del progetto del governo di apertura nei confronti dei kurdi? Il clima sta davvero cambiando o ci sono ancora problemi per chi trasmette in lingue che non siano il turco?

Come radio siamo contenti dell’iniziativa del governo. A Istanbul una radio che trasmette anche nelle altre lingue è ormai considerato un fatto naturale. Non abbiamo avuto nessun problema legale né con i nazionalisti, anche perché ci occupiamo soprattutto di cultura, non facciamo politica. I problemi sono di altro tipo. Noi facciamo programmi in kurdo, in circasso e in armeno, ma gli ascoltatori, soprattutto i più giovani, non conoscono la lingua dei loro genitori perché sono stati vittima di un processo di assimilazione. Inoltre c’è la questione degli sponsor. Essendo una radio privata le nostre entrate vengono principalmente dalla pubblicità, ma facciamo fatica a trovare aziende disposte a sostenerci. Associando il loro marchio ad una radio che trasmette in armeno e in kurdo hanno paura di perdere clienti.

A parte la questione linguistica, qual è la situazione più generale della libertà di espressione oggi in Turchia?

Le cose non vanno affatto bene. I problemi, più che dal governo o dalle organizzazioni di destra, provengono dall’esercito e dalla polizia. Quando cominci a parlare di loro iniziano a tenerti sott’occhio, e se superi un certo limite arrivano le denunce. Detto questo, però, c’è anche da dire che non tutti i media vengono trattati allo stesso modo. Gli islamisti radicali per esempio hanno propri giornali, radio e televisioni e scrivono quello che vogliono senza problemi. E' ai quotidiani di sinistra e a quelli kurdi che viene riservato un trattamento particolare. Ci sono ancora giornalisti di sinistra in carcere da anni per reati di opinione e, per quanto riguarda i kurdi, basta che scrivano qualcosa di critico e vengono subito accusati di fare propaganda separatista.

Il 19 gennaio davanti alla sede del suo giornale, Agos, migliaia di persone hanno ricordato Hrant Dink e hanno chiesto giustizia a tre anni dal suo assassinio. Che significato ha avuto per lei questo episodio?

Quando è stato ucciso Hrant, tre anni fa, più di centomila persone hanno manifestato di fronte alla sede di Agos. Avrebbe potuto essere Hrant o qualsiasi altro di noi, ma hanno scelto lui. Il suo assassinio è da collocare in un piano più ampio per bloccare il partito di Erdoğan, l’AKP, nel suo percorso di avvicinamento all’Europa. Hrant è stato la vittima sacrificale, hanno scelto lui. Erano in moltissimi a pensarla come lui. Hrant non è stato ucciso perché era un armeno, ma perché parlava di pace, perché era un cittadino turco, era questo a dare fastidio. La reazione a questo ennesimo omicidio però è stata importante. In Turchia in passato sono stati ammazzati moltissimi giornalisti, ma per loro nessuno ha mai manifestato. Dopo l’assassinio di Hrant Dink, invece, la gente ha detto basta.

Paura della pace, 11.12.2009, Osservatorio Balcani

Da Ankara, scrive Alberto Tetta

(Foto Darkmatter, Flickr)
Il dibattito parlamentare in Turchia sul piano di pace con i kurdi proposto dal governo. Le contestazioni dei repubblicani, la tensione nel Paese. Manifestazioni nelle città kurde, ucciso uno studente di 21 anni a Diyarbakır
Il ministro degli Interni turco, Beşir Atalay, ha riferito in parlamento all'inizio di novembre sulla strategia del governo per arrivare alla pace con il partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Il dibattito parlamentare fissato, non a caso, il 10 novembre, anniversario della morte del padre della patria Mustafa Kemal Atatürk, si è svolto in un clima rovente con accuse di tradimento dei valori nazionali da parte dei parlamentari del partito Repubblicano del Popolo (CHP). L'intervento di Atalay è stato interrotto più volte, prima dall'opposizione nazionalista poi dalle urla della madre di un soldato turco ucciso dal PKK e, infine, da un gruppo di giovani che hanno cominciato a scandire lo slogan “i martiri non muoiono, la patria non si divide”. Viste le proteste il presidente della Camera, Ali Şahin, è stato costretto a sospendere la seduta.

La contestazione del ministro Atalay in parlamento (Manifesti: "Siamo sulla strada di Ataturk")
Il dibattito è ripreso tre giorni dopo con l'intervento dei capi gruppo. Mentre il pro-kurdo partito della Società Democratica (DTP) ha dato il suo appoggio all'iniziativa del governo, pur criticando l'esecutivo per non essere abbastanza chiaro sul contenuto del piano di pace, i partiti di opposizione hanno reiterato la loro forte contrarietà. I repubblicani, in particolare, si sono scagliati contro Erdoğan. Durante il suo intervento il vice-presidente del CHP, Onur Öymen, ha utilizzato un'espressione che ha causato un terremoto politico nel Paese: “Le madri non hanno forse pianto anche dopo la rivolta di Sheik Said? Le madri non hanno pianto dopo la rivolta di Dersim?”

Col riferimento al massacro di decine di migliaia di kurdi-aleviti perpetrato dal governo del successore di Atatürk, Ismet Inönü, per sedare la rivolta del 1936, Öymen ha implicitamente rimproverato ad Erdoğan, che ha spesso dichiarato che il conflitto turco-kurdo va risolto affinché nessuna madre debba più piangere per la morte di un figlio, di non usare la stessa durezza usata in passato per reprimere i kurdi.

Proteste degli aleviti contro Onur Öymen
Le parole usate dall'esponente repubblicano hanno creato scalpore nel Paese, e molte voci si sono levate per chiedere le dimissioni di Öymen. Anche all'interno del suo stesso partito, il CHP, alcuni dirigenti, tra i quali l'ex-candidato a sindaco di Istanbul Kemal Kılıçdaroğlu, hanno chiesto la testa del parlamentare. Se le polemiche interne sono state sedate grazie alla presa di posizione del segretario del partito, Deniz Baykal, che ha difeso il suo vice la cui unica colpa sarebbe stata quella di essere un “difensore del kemalismo”, le parole del dirigente non sono servite a rassicurare i militanti aleviti del partito, che si sono dimessi in massa.

Nonostante l'appoggio del DTP, e con un'opposizione indebolita dalle polemiche interne, il governo non è dunque riuscito a far fare passi avanti decisivi al processo di pace. Questa condizione di stallo da una parte insospettisce i kurdi, già abbastanza scettici verso l'iniziativa del governo, dall'altra sta dando all'opposizione il tempo di organizzare la controffensiva.

Una donna di Izmir mentre attacca il convoglio del DTP
I primi segnali di come la durezza dello scontro politico potrebbe trasformarsi in aperto conflitto sociale sono arrivati dall'egea Izmir, terza città in Turchia per numero di abitanti e fino ad ora considerata quella più aperta e tollerante nell'intero Paese. Lo scorso 22 novembre il pullman che trasportava il segretario del DTP, Ahmet Türk, a un comizio a sostegno del processo di pace, è stato bloccato da un nutrito gruppo di cittadini mentre attraversava il quartiere di Basmane. La gente, dopo aver insultato il leader e i militanti del partito che viaggiavano con lui, ha dato inizio ad un fitto lancio di sassi contro il convoglio. Erdoğan ha stigmatizzato la violenta protesta anti-kurda di Izmir, dichiarando che nessun cittadino della Repubblica Turca è legittimato a impedire una manifestazione politica autorizzata, criticando però anche il DTP per il suo “atteggiamento provocatorio”.

Allo stesso tempo la resa dei militanti del PKK e il ritorno dei profughi kurdi dal Nord Iraq, finora unica conseguenza concreta dell'apertura del governo, iniziata il 18 ottobre con l'arrivo del primo “gruppo di pace”, non ha avuto alcun seguito. Erdoğan ha infatti fatto retromarcia, spaventato dalla dura reazione dell'opinione pubblica turca che ha percepito il ritorno dei militanti come un segno di resa dello Stato di fronte al terrorismo.

Nonostante l'AKP di Erdoğan e i dirigenti kurdi continuino a dichiararsi favorevoli a un accordo, molti analisti in Turchia iniziano a chiedersi se il processo di pace debba considerarsi fallito.

Il partito della Società Democratica DTP inoltre, nelle ultime settimane, ha abbandonato la pacatezza degli scorsi mesi, adottando una strategia più aggressiva per fare pressione sul governo affinché dia un segnale forte all'opinione pubblica turca e a quella kurda. Secondo il DTP l'annunciata apertura di un corso di kurdo a Mardin o la nuova legge che permette ai media di trasmettere programmi in lingua kurda senza dover chiedere un'autorizzazione all'Autorità per le Comunicazioni non sono misure sufficienti, ed Erdoğan deve dimostrare che è davvero intenzionato a fare concessioni importanti ai cittadini kurdi.

Le operazioni militari nel Sud Est a maggioranza kurda e in Nord Iraq devono finire, la costituzione scritta durante il regime militare di Kenan Evren nel 1980 - che discrimina i kurdi - deve essere emendata, ai kurdi deve essere garantito il diritto a studiare nella propria lingua madre. Sono queste le richieste del DTP. Il governo, però, ha autorizzato l'esercito a condurre nuove operazioni militari, e ha dichiarato che per ora non è intenzionato a cambiare la costituzione.

Ulteriore ostacolo al processo di pace è l'annuncio, fatto dalla Corte Costituzionale, che entro la fine di questa settimana i giudici decideranno se dichiarare illegale proprio il partito della Società Democratica DTP, accusato di essere il braccio politico del PKK. Per protestare contro la chiusura del partito pro-kurdo, e chiedere l'istituzione di una commissione che verifichi le condizioni di salute del leader del PKK Abdullah Öcalan, dal 27 novembre, anniversario della fondazione del gruppo armato, le città kurde sono animate da imponenti manifestazioni. Il 6 dicembre, a Diyarbakır, è morto negli scontri con la polizia Aydın Erdem, studente universitario di 21 anni.

La pace, che solo un mese fa sembrava a portata di mano, sembra ora farsi di giorno in giorno più lontana.

La lista nera, 18.11.2009, Osservatorio Balcani

Da Ankara, scrive Alberto Tetta

(Foto Faramarz, Flickr)
In Turchia l'esercito controlla siti web conducendo una guerra psicologica contro chi si oppone alle Forze Armate. L'ennesimo scandalo denunciato dai giornalisti, gli attacchi alla libertà di espressione nel Paese. Il rapporto di Bianet
La denuncia da parte di diversi quotidiani turchi, a inizio novembre, dell'esistenza di una lista di siti web controllati dall'esercito, ha provocato una dura reazione da parte del mondo della stampa e delle organizzazioni dei giornalisti del Paese. Questo ennesimo scandalo mostra come, dopo l'assassinio di Hrant Dink, gli attacchi alla stampa indipendente e alla libertà di espressione siano ancora all'ordine del giorno in Turchia.

Il 4 novembre il quotidiano Radikal è stato il primo a parlare di una lista nera dei siti considerati “pericolosi” da parte dell'esercito. Secondo il giornale, in una lettera inviata ai pubblici ministeri del processo Ergenekon da un sedicente “funzionario delle forze armate”, quest'ultimo denunciava l'esistenza di una lista di siti web divisi per categoria (“reazionari”, “separatisti”, “anti-esercito” e “pro-Erdoğan) da tenere sotto controllo. Secondo quanto riportato dal quotidiano Bugün, inoltre, l'esercito non si era limitato a controllare i siti, ma aveva anche creato 43 pagine web per condurre una “guerra psicologica contro organizzazioni civili che si oppongono alle Forze Armate”.

L'organismo interno all'esercito che conduceva questa guerra psicologica sarebbe stato, secondo il giornale, il Gruppo di Studio sull'Occidente (BÇG) creato alla fine degli anni novanta per contrastare “la propaganda conservatrice” dell'islamista Partito della Prosperità (FP) di Necmettin Erbakan, che guidava un governo di coalizione e fu poi costretto alle dimissioni proprio dall'esercito nel 1997.

I vertici delle forze armate turche non hanno negato l’esistenza di questo gruppo né di aver redatto la lista nera. Al contrario, si sono difesi giocando allo scaricabarile e dichiarando di aver agito seguendo una direttiva del 2000 inviata dall'allora governo kemalista guidato da Bülent Ecevit. Ahmet Şağar, segretario personale del Primo ministro, ha però negato che sia mai stata inviata tale direttiva sostenendo che il governo Ecevit era totalmente estraneo alla vicenda. Nei prossimi mesi la magistratura farà luce su questo aspetto. In ogni caso, l'esistenza di un gruppo segreto interno alle forze armate incaricato di contrastare le opinioni che lo stesso esercito riteneva pericolose per il Paese è ormai un fatto accertato. Questa vicenda rappresenta l'ennesimo segnale che in Turchia la libertà di espressione continua ad essere sotto attacco.

Leggendo l'ultimo rapporto redatto da Bianet, network che monitora le violazioni della libertà di espressione e gli attacchi ai giornalisti in Turchia, è evidente che la situazione è tutt'altro che rosea. Sono state 190, solo negli ultimi tre mesi, le persone citate in giudizio per reati d'opinione, 74 delle quali giornalisti. Secondo Bianet inoltre “prosegue l'attacco del potere giudiziario contro un dibattito libero e il diritto all'informazione. In particolare, in questo periodo, si sta cercando di sabotare la cosiddetta apertura ai curdi. Questa lotta contro la libertà di espressione viene portata avanti grazie a leggi anti-democratiche che non sono in linea con gli standard internazionali.”

Ma quali sono le leggi anti-democratiche che limitano la libertà d'espressione in Turchia di cui parla Bianet nel suo rapporto?

Prima di tutto l'articolo 216 del codice penale turco che punisce chi “incita all'odio e alla violenza”. Nei fatti questo articolo viene spesso usato per colpire i giornalisti kurdi, come è successo a Eren Keskin, Murat Batgi e Edip Polat, tutti condannati ad un anno di carcere per aver usato il termine "Kurdistan", o a Ercan Öksüz e Oktay Candemir, colpevoli di aver intervistato alcuni sopravvissuti al massacro di Zirve, località nei pressi di Van bombardata dall'esercito turco come rappresaglia per una rivolta kurda nel 1930. Secondo i magistrati, pubblicando la loro intervista, i due giornalisti avrebbero contribuito a creare un clima di odio inter-etnico nel paese.

Un altro degli strumenti usati da pubblici ministeri di orientamento nazionalista per colpire i giornalisti è l'articolo 301 del codice penale, in base al quale devono essere perseguiti coloro che “insultano la Turchia, i turchi o le istituzioni della Repubblica Turca”. Questo articolo è diventato tristemente famoso dopo l'assassinio, nel 2006, del giornalista di origine armena Hrant Dink. Contro Dink era infatti iniziata una campagna diffamatoria dopo che era stato condannato a sei mesi di carcere proprio in base all'articolo 301. Dopo l'assassinio del giornalista armeno le organizzazioni turche per la difesa dei diritti umani, il settimanale Agos, di cui Dink era direttore, e un gruppo di intellettuali liberali avevano dato vita ad una campagna per l'abolizione del 301 e delle leggi contro la libertà d'espressione. Nonostante la fortissima opposizione in parlamento dei kemalisti e dei nazionalisti, il partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) approvò un emendamento all'articolo 301, nel 2008, che prevede che i processi per “insulto alla nazione turca” possano svolgersi solo dopo che il ministro della Giustizia ha dato il suo consenso.

Questo emendamento sembrava prospettare una soluzione di compromesso che da una parte avrebbe fatto calare il numero dei processi per il reato di “insulto alla nazione turca”, come chiedevano le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, ma allo stesso tempo non abrogava totalmente il 301 per evitare uno scontro coi nazionalisti e le forze armate. Nonostante le speranze degli attivisti per i diritti umani, però, i processi continuano. Sempre secondo Bianet sono infatti 17, ad oggi, le persone imputate per “insulto alla nazione turca”. Il ministero della Giustizia, inoltre, nella maggior parte dei casi non ferma i processi, come è successo a Rahmi Yıldırım processato dopo il via libera del ministro per aver scritto un articolo in cui criticava le ingerenze dei militari in politica.

E' interessante notare come la maggior parte dei processi per reati di opinione in Turchia si concludano spesso con l'assoluzione degli imputati. La mediatizzazione di quei processi, tuttavia, viene utilizzata altrettanto spesso dall'estrema destra per organizzare violente campagne di diffamazione contro gli intellettuali liberali che esprimono idee non in linea con l'ideologia ufficiale kemalista. Così è avvenuto nel caso di Orhan Pamuk, processato nel 2005 per aver affermato che in Turchia erano stati uccisi un milione di armeni e trentamila curdi, o nel 2006 a Elif Şafak, accusata di aver insultato la nazione turca per aver parlato della questione armena nel suo libro “La Bastarda di Istanbul”.

Volgendo lo sguardo dal giornalismo tradizionale alla rete, il panorama è ancora più grigio. YouTube è infatti oscurata da ormai 16 mesi in base alla legge 5651 sui crimini in internet perché contiene alcuni video che secondo i giudici insulterebbero la figura del padre della patria Mustafa Kemal Atatürk. Ma YouTube non è l'unico sito ad essere stato proibito. Secondo quanto denunciato dall'associazione “Alternativa Informatica”, tra il 23 novembre 2007 e l'11 Maggio 2009 l'accesso a 2.601 pagine web è stato oscurato. Oltre a YouTube anche siti come wordpress.com, geocities.com, myspace.com, dailymotion.com e alibaba.com sono stati censurati.

In Turchia sono in molti a trovare assurdi questi divieti, ma l'opposizione non si è ancora tramutata in movimento organizzato per chiedere la riapertura dei siti, forse anche perché aggirare il bando non è per niente difficile. E' sufficiente infatti usare “siti filtro” come ktunnel.com o vtunnel.com, e lo si può fare senza neppure sentirsi troppo in colpa visto che perfino il primo Ministro Erdoğan ha confessato in una recente intervista di guardare ogni tanto YouTube, nonostante il divieto.

Ambasciatori dall'Iraq, 03.11.2009, Osservatorio Balcani

Un gruppo di guerriglieri kurdi entra in Turchia dal nord dell'Iraq per sostenere la road map di Öcalan e dare forza al processo di pace. La trattativa con le autorità, le reazioni a Diyarbakır e la posizione dell'opinione pubblica turca. Il dialogo possibile Dopo la firma, il 10 ottobre a Zurigo, dei protocolli sulla normalizzazione delle relazioni diplomatiche con l'Armenia, anche la questione kurda è tornata con forza al centro del dibattito politico in Turchia.

Il ministro degli Interni, Beşir Atalay, aveva concluso il suo giro di consultazioni sulla questione con i partiti politici e le organizzazioni della società civile quando Abdullah Öcalan, il 20 agosto scorso, aveva dato credibilità al processo dichiarando che anche il PKK [Partito dei Lavoratori del Kurdistan, ndr] era disposto a dialogare.

Due mesi dopo quello storico annuncio è di nuovo un'iniziativa del leader del PKK a riportare la questione kurda al centro del dibattito. Il 9 ottobre infatti Öcalan, tramite i suoi avvocati, ha ordinato al PKK di inviare due “gruppi di pace”, composti da militanti dell'organizzazione armata, come “ambasciatori della causa kurda in Turchia”.

Al valico di Hubur

Il primo dei due gruppi è arrivato in Turchia attraversando il posto di confine turco-iracheno di Hubur, nei pressi di Silopi, il 19 ottobre. Questa prima delegazione proveniva dal campo profughi kurdo di Mahmur, nel nord dell'Iraq, ed era composta da ventisei persone, nove delle quali militanti del gruppo armato e diciassette loro famigliari. Secondo diversi commentatori, il ritorno in Turchia dei militanti kurdi sarebbe un chiaro segnale da parte di Öcalan che il PKK è davvero pronto al disarmo.

I membri del primo “gruppo di pace”, dopo aver attraversato il confine, sono stati interrogati da quattro pubblici ministeri del Tribunale di Diyarbakır, per poi essere rilasciati solo in tarda nottata. Come rivelato dal quotidiano Taraf, mentre gli ex guerriglieri e i loro famigliari venivano interrogati era in corso una trattativa tra il leader del Partito della Società Democratica (DTP) Ahmet Türk e i vertici della polizia. Il ministro degli Interni Atalay aveva dichiarato che, se i militanti avessero reso pubblico il comunicato con le rivendicazioni del PKK che portavano con sé, sarebbero stati incriminati per “propaganda terrorista” e arrestati. A tarda notte l'accordo. Il comunicato non sarebbe stato consegnato ai giornalisti, ma ai giudici, che poi si sarebbero fatti carico di far arrivare il documento al governo.

Secondo l'agenzia di stampa kurda Fırat, nel comunicato il PKK detterebbe le pre-condizioni necessarie al disarmo. Tra queste, rendere nota all'opinione pubblica la road map redatta da Öcalan e consegnata alle guardie carcerarie a fine agosto, sospendere le operazioni militari contro il PKK in Turchia e nell'Iraq del nord e modificare gli articoli della Costituzione discriminatori nei confronti delle minoranze etniche.

Il secondo gruppo, invece, composto da militanti del PKK che ora si trovano in Europa, dovrebbe raggiungere la Turchia nelle prossime settimane, ma non è ancora chiaro se il governo turco gli permetterà di entrare nel Paese o li respingerà alla frontiera.

Ma gli ex militanti arrivati in Turchia sono da considerare “ambasciatori di pace” o semplicemente guerriglieri che si arrendono all'esercito? Senza dubbio nel sud est a maggioranza kurda gli ex-combattenti sono considerati eroi che hanno deciso di rischiare l'arresto e il carcere per dare forza al processo di pace. Le immagini delle manifestazioni organizzate a Diyarbakır e nelle altre città a maggioranza kurda il 20 ottobre, per festeggiare il passaggio del “gruppo per la pace”, hanno fatto il giro del Paese irritando molto l'opinione pubblica turca che, sebbene sia favorevole alle trattative, continua a considerare i militanti del PKK dei terroristi e non certo degli eroi.

Il presidente della Repubblica Gül, che poco dopo l'arrivo in Turchia della delegazione kurda aveva detto a caldo ai giornalisti: “Mi pare proprio una buona notizia, non trovate?”, dopo le manifestazioni di Diyarbakır ha cambiato bruscamente registro accusando il DTP di pregiudicare il processo di pace spettacolarizzando l'arrivo degli ex-guerriglieri.

La pace bloccata

Ahmet Türk, segretario del partito kurdo, ha risposto alle critiche il 21 ottobre durante un comizio ad Ankara, dichiarando che se non fosse stato per il DTP “sarebbero state centinaia di migliaia e non decine di migliaia le persone che hanno preso parte alle manifestazioni per accogliere i guerriglieri kurdi”, e ha aggiunto: “La pace è bella, la pace è un valore, la pace è sacra, ma non prendiamoci in giro. Non lottiamo per divenire degli eroi. Lottiamo per una pace giusta. In questa lotta non ci sono vincitori o vinti. E' la pace a trionfare”.

A parte le critiche al DTP, il governo non ha annunciato quali sono i provvedimenti che assumerà per fare sì che il processo di pace prosegua. Prima del 19 ottobre in Turchia si è parlato quasi esclusivamente dell'incontro tra Erdoğan e Baykal, leader dell'opposizione e segretario del Partito Repubblicano del Popolo (CHP), che prima aveva rifiutato l'invito del Primo ministro per poi accettare, ma solo a condizione che l'incontro venisse ripreso dalle telecamere. A quel punto era stato Erdoğan a dare forfait.

Il processo di pace sta quindi attraversando un momento di stallo che neanche l'iniziativa di Öcalan è riuscito a sbloccare. Per la maggioranza dei turchi trovare una soluzione al conflitto con i kurdi rimane, per ora, solo una questione d'immagine, funzionale al processo di adesione della Turchia all'UE. Sebbene il governo stia spingendo per un'inversione di tendenza rispetto alla retorica del nemico che ha coinvolto kurdi e turchi per decenni, questi ultimi sono ben lontani dall'aver accantonato i fantasmi del passato e, più che sostenere attivamente il dialogo inaugurato da Erdogan, non vi si oppongono.

Il governo, però, deve dimostrare al più presto ai kurdi che credono nel dialogo che sta dalla loro parte convincendo, allo stesso tempo, l'opinione pubblica turca che la pace è necessaria. Questo deve avvenire prima del 10 novembre, quando il ministro degli Interni Atalay riferirà in parlamento sui progressi nelle trattative coi kurdi. Se questo non avverrà, è molto probabile che il sanguinoso conflitto che in Turchia ha causato più di 40.000 morti negli ultimi venticinque anni sia destinato a continuare.

Resistanbul 20.10.2009, Osservatorio Balcani

Resistanbul

20.10.2009 Da Istanbul, scrive Alberto Tetta

Le proteste della sinistra turca contro il vertice di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale a Istanbul. Le richieste del mondo finanziario, i dubbi del liberista Erdoğan in calo di consensi dopo anni di tagli allo stato sociale. Il bilancio del controvertice
Ormai da un anno in Turchia gli economisti discutono l'opportunità di avvalersi dell'aiuto del Fondo Monetario Internazionale (FMI), chiedendosi se la Turchia sia pronta ad accelerare nelle privatizzazioni e a attraversare un nuovo periodo di ristrutturazioni strutturali dopo le riforme draconiane implementate tra il 2001 e il 2002 dall'allora ministro dell'Economia Kemal Derviş. Nel 2002, infatti, l'FMI aveva concesso alla Turchia un prestito di 16 miliardi di dollari per aiutare la sua economia fortemente indebitata, a condizione che il governo riducesse tassi di interesse e inflazione stabilizzando le fluttuazioni valutarie della lira turca.

Mentre durante la campagna elettorale dell'estate 2007 l'AKP di Erdoğan aveva difeso una posizione nettamente favorevole alla collaborazione con il Fondo, accusando il leader del principale partito d'opposizione Deniz Baykal di non essere un candidato presentabile agli occhi degli investitori stranieri, ora il governo ha assunto un atteggiamento decisamente meno accondiscendente.

“Abbiamo inviato il nostro programma al Fondo Monetario Internazionale, questa bozza deve costituire la base dei prossimi incontri. Dal maggio 2008 non abbiamo trovato un punto di incontro. Perché? Perché non abbiamo ritenuto accettabili le condizioni poste dall'FMI.”

Con queste laconiche parole Ali Babacan ha infatti risposto al giornalista che, alla vigilia del meeting di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale del 6 e 7 ottobre scorsi a Istanbul, gli chiedeva come stesse procedendo la trattativa tra governo turco e FMI per la concessione di un prestito che aiutasse il governo turco a contrastare la crisi economica. La posizione del ministro dell’Economia turco è stata chiara. Accordo sì, ma alle nostre condizioni.

L'AKP di Erdoğan, decisamente liberista, in questi anni di governo ha promosso ingenti tagli alla spesa pubblica. Prima la riforma del sistema sanitario, poi quella delle aziende pubbliche e infine, l'anno scorso, una riforma del sistema previdenziale che ha aumentato l'età pensionabile. Queste misure hanno tuttavia provocato un forte scontro tra governo e sindacati che, dall'anno scorso, indicono scioperi e manifestazioni a difesa dello stato sociale. Questa situazione ha determinato un calo di fiducia per il governo che si è tradotta in un calo di consensi a favore dell'AKP nelle elezioni amministrative di marzo.

"Non sono case ma prigioni", Istanbul, manifestazioni per il diritto alla casa, ottobre 09 (Foto Alberto Tetta)
Il governo, vista la crescente mobilitazione dell'opinione pubblica contro i tagli alla spesa, prende tempo. Il tergiversare di Erdoğan, però, sta cominciando ad infastidire le organizzazioni padronali e il mondo della finanza turco. Il governatore della Banca Centrale Durmuş Yılmaz, durante una riunione collaterale al meeting dell'FMI, il 6 ottobre scorso, si è fatto portavoce di questo malcontento spronando il governo ad impegnarsi per ridurre il debito pubblico. Secondo Yılmaz “il rapido sviluppo economico della Turchia rende indispensabile un finanziamento estero”, e “non è importante se i soldi vengono da investimenti stranieri diretti, prestiti da parte delle banche o da un accordo con l'FMI.”

Erdoğan, quindi, è stretto tra due fuochi. Da una parte industriali, mondo della finanza e Banca Centrale che chiedono a gran voce al governo di raggiungere un accordo con l'FMI il più presto possibile. Dall'altra sindacati e partiti della sinistra, contrari a provvedimenti che portino a ulteriori tagli alla spesa pubblica.

Resistanbul

Mentre il governo sembra incerto sul da farsi, migliaia di persone hanno manifestato contro Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale nei giorni del vertice, esprimendo con forza il proprio dissenso verso l'economia neoliberista.

Taksim, Istanbul, ottobre 09 (Foto Alberto Tetta)
Alle manifestazioni, organizzate dal variegato movimento altermondialista turco, hanno preso parte tutti i partiti e i sindacati della sinistra. A loro hanno dato manforte diversi attivisti stranieri arrivati in Turchia la settimana precedente al vertice. Tra il 3 e il 5 ottobre sono state organizzate ogni giorno manifestazioni su temi quali la difesa della sanità pubblica, l'opposizione alla speculazione edilizia e le questioni di genere. La mobilitazione ha raggiunto il suo apice il 6, con un corteo unitario a Taksim cui hanno partecipato migliaia di persone. Quando i manifestanti hanno tentato di entrare nella zona rossa, presidiata da centinaia di agenti in assetto anti-sommossa, la polizia li ha dispersi usando gas urticante e idranti. Gli scontri sono continuati per tutta la giornata.

All'interno del vertice, l'unica voce in controtendenza è stata inaspettatamente proprio quella del Primo ministro Erdoğan che, mentre fuori dal Centro Conferenze di Harbiye continuavano gli scontri, ha strizzato l'occhio ai manifestanti dichiarando: “Non dobbiamo lasciare inascoltate le urla e le proteste che arrivano dai quattro angoli della Terra come neanche le proteste fuori da questa sala”.

Il giorno dopo le diverse anime del movimento hanno continuato ad organizzare momenti di protesta autonomi. Il movimento LGBTQ, il collettivo Autonomo e i militanti del partito della Solidarietà e della Libertà, uniti nella piattaforma anti-FMI Resistanbul, hanno cercato di violare la zona rossa nei pressi di Osmanbey. Dopo essere stati dispersi dalla polizia hanno bloccato per più di mezz'ora le auto blu dei delegati che tentavano di raggiungere la zona del vertice. Gli attivisti dell'Unione contro il Fondo Monetario internazionale, che raccoglieva i partiti della sinistra marxista turca, hanno tentato invece per tutta la giornata di raggiungere la zona del vertice a Taksim, scontrandosi con le forze dell'ordine. 143 manifestanti fermati, 22 dei quali minorenni, 46 inquisiti e 2 detenuti, questo il bilancio finale delle manifestazioni contro il vertice di Istanbul.

Lavoratori della sanità

Domenica scorsa infine, sempre a Istanbul, l'Associazione dei Medici Turchi (TTB), il Sindacato dei Lavoratori della Sanità (SES) e la Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori Rivoluzionari (DISK) hanno organizzato una manifestazione cui hanno partecipato più di cinquemila persone. Obiettivo della manifestazione la richiesta di abrogazione della legge sull'Assicurazione Sanitaria Unificata del 2008 che, secondo i sindacati, avrebbe causato un incremento generalizzato del costo delle cure ospedaliere e dei medicinali, oltre a rendere più difficile la copertura sanitaria per i figli degli assicurati. Secondo il Sindacato dei Lavoratori della Sanità non ci sono dubbi: “Dietro le leggi che attaccano il diritto alla salute ci sono le direttive del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.”

La diplomazia del calcio 05.10.2009, Osservatorio Balcani

La diplomazia del calcio

05.10.2009 Da Ankara, scrive Alberto Tetta

Il confine turco-armeno a Khor Virap (Foto Onnik Krikorian-Oneworld Multimedia, Flickr)
Sabato a Zurigo i ministri degli Esteri di Turchia e Armenia firmeranno un accordo per istituire relazioni diplomatiche dirette. Il 14 ottobre, a Bursa, si svolgerà il ritorno della storica partita di calcio di Erevan. Ma la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi deve passare al vaglio dei rispettivi Parlamenti. Il dibattito in Turchia
E' passato poco più di un anno dalla visita in Armenia di Abdullah Gül. Il presidente della Repubblica turca, il 6 settembre del 2008, era stato invitato a Erevan dall'omologo armeno, Serzh Sargsyan, per assistere alla partita di calcio tra le nazionali dei due Paesi. In quell'occasione, Gül aveva auspicato che l'incontro potesse significare “un nuovo inizio” nelle relazioni tra Turchia e Armenia. A un anno di distanza, sembra che questo auspicio si stia realizzando.

Negli ultimi mesi i diplomatici dei due Paesi si sono incontrati per concordare un percorso che dovrebbe portare alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche con la firma, il 10 ottobre prossimo, di un protocollo di intesa tra il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoğlu, e quello armeno, Eduard Nalbandyan.

Sebbene in Turchia fosse già da tempo chiaro a tutti che i due Paesi stavano cercando un accordo, la conferma ufficiale è arrivata solo il 31 agosto quando, in un comunicato stampa congiunto, i due storici nemici hanno annunciato di essere giunti a un accordo su una bozza di protocollo di intesa, grazie alla mediazione svizzera. Il documento, dopo essere stato sottoscritto dai due ministri degli Esteri, sarà discusso nei rispettivi parlamenti. Stando alle prese di posizione ufficiali del governo turco, l'approvazione del protocollo è solo una questione di tempo. Guardando però alle questioni che ancora dividono Armenia e Turchia, il successo del processo di normalizzazione appare tutt'altro che scontato.

La normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi comporterà la riapertura del confine chiuso da Ankara nel 1993, in reazione all'occupazione da parte dell'Armenia del Nagorno Karabakh, regione a maggioranza armena in Azerbaijan. La possibilità di far circolare liberamente le merci tra i due Paesi darebbe, inoltre, una boccata d'aria fresca alla debole economia armena. Parallelamente, l'apertura del confine avrebbe ricadute estremamente positive sull'economia di una delle zone più povere dell'Anatolia, l'est della Turchia.

La comunità armena in Turchia ha accolto con entusiasmo l'intenzione delle due diplomazie di trovare un accordo dopo quasi un secolo di conflitto. Il settimanale armeno di Istanbul, Agos, ha dato ampio spazio sull'ultimo numero della rivista alle posizioni dei “cittadini armeni della repubblica Turca”. Tabita Toparlak ad esempio, studentessa di diciotto anni, afferma: “Che aprano questo confine, che lo aprano una volta per tutte! Questi due Paesi hanno bisogno di una ventata di aria fresca prima che la situazione si sclerotizzi!”. Secondo un altro intervistato, Aykun Kasakyan, “avere relazioni diplomatiche con l'Armenia è incredibilmente importante per la Turchia. Negli ultimi tempi si sono calmati gli animi e c'è spazio per il dialogo, per la comprensione reciproca […] Trovo la posizione dei partiti d'opposizione in Turchia fuori dal tempo, non capisco che cosa vogliano. Sembra che il loro unico obiettivo sia cancellare l'Armenia dalla mappa!”

Non tutti in Turchia, infatti, vogliono la pace. Le maggiori critiche al nuovo approccio del governo sono arrivate dall'opposizione nazionalista, che accusa il Primo ministro Erdoğan di stare abbandonando i “fratelli azeri”, privandoli del sostegno necessario a contrastare l'occupazione armena del Nagorno Karabakh. Il leader del Partito Repubblicano del Popolo (CHP), Deniz Baykal, ha dichiarato invece che fino a quando l'occupazione continuerà e l'Armenia difenderà la tesi del genocidio il confine dovrà rimanere chiuso.

Uno dei più grossi ostacoli al processo di pace rimane quindi la questione del Nagorno Karabakh. Nel protocollo non si parla della repubblica separatista, ma è chiaro che per la Turchia mantenere un buon rapporto con l'Azerbaijan è fondamentale. In primo luogo perché, viste le comuni radici etniche e linguistiche, turchi e azeri si considerano da sempre popoli fratelli. Come recita un famoso slogan nazionalista azero, “iki devlet, bir millet”, “due stati, un solo popolo”. Inoltre l'Azerbaijan, Paese ricco di risorse naturali, è un partner molto importante per la Turchia e per le sue aspirazioni da potenza regionale sia nel Caucaso che in Medio Oriente. L'Azerbaijan, dal canto suo, ha nelle sue mani un'arma di ricatto che potrebbe usare nel caso l'appoggio turco venisse a mancare, il gas. Nel caso le relazioni tra i due Paesi si incrinassero, la repubblica caucasica potrebbe decidere di modificare il portafoglio dei propri clienti avvantaggiando la Russia a scapito della Turchia.

In queste ultime settimane, Erdoğan e il ministro degli Esteri Davutoğlu stanno cercando in ogni modo di trovare una soluzione che permetta di firmare la pace con l'Armenia evitando, allo stesso tempo, una crisi diplomatica con la repubblica sorella. Mentre si trovava a Washington per partecipare all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Primo ministro turco ha invitato sia il presidente Obama che quello russo, Dmitrij Medvedev, a impegnarsi maggiormente nella mediazione tra Armenia e Azerbaijan perché giungano a un accordo sullo status del Nagorno Karabakh. Erdoğan, inoltre, intervistato dall'agenzia azera Trend il 30 settembre, ha dichiarato che “gli interessi dell'Azerbaijan sono di primaria importanza anche per la Turchia. Non tradiremo l'Azerbaijan. In ottobre il parlamento discuterà delle relazioni diplomatiche con l'Armenia. La nostra azione non va contro gli interessi dell'Azerbaijan. Non firmeremo mai nessun accordo che possa in qualche modo danneggiare il nostro vicino.”

Se la firma del protocollo di intesa è solo una questione di tempo, la sua approvazione da parte dei parlamenti nazionali armeno e turco, dunque, non è per nulla scontata. I problemi sul campo rimangono ancora molti e la soluzione non è semplice.

Il 14 ottobre, a Bursa, la nazionale turca darà la rivincita all'Armenia dopo il due a zero dell'anno scorso. Abdullah Gül ha invitato il presidente Sargsyan in Turchia. Quest'ultimo ha annunciato che parteciperà al match solo se per quella data saranno stati fatti passi avanti importanti nei colloqui. Se tutto andrà per il verso giusto, e il 14 ottobre Sargsyan siederà in tribuna a fianco di Gül, potremo dire che davvero la pace è a portata di mano.