martedì 21 aprile 2009

Punizione di massa

Peacereporter.net, 21/4/2009

Turchia, il partito filo curdo Dtp sotto attacco: in pochi giorni centinaia di fermi e decine di arresti

scritto per noi da
Alberto Tetta

Più di 250 persone sono state fermate e 80 arrestate durante un operazione contro il partito curdo Partito della Società Democratica (Dtp) iniziata il 14 aprile scorso ed estesasi nei giorni successivi a tutto il Paese.

Nell'ambito dell'operazione, coordinata dalla Procura della Repubblica di Diyarbakır, sono state perquisite le sedi del partito curdo e arrestati membri del Dtp in 19 province. Non sono ancora noti i capi di imputazione, ma, secondo gli avvocati, gli arrestati sono accusati di essere membri e dirigenti del Partito Curdo dei Lavoratori (Pkk). Tra i fermati, i tre avvocati di Abdullah Öcalan, Ahmet Birsin, direttore di GünTV, televione locale di Diyarbakır e i tre vicepresidenti del Dtp Bayram Altun, Selma Irmak e Kamuran Yüksek. Durante la conferenza stampa organizzata il 14 aprile nelle ore immediatamente successive all'inizio dell'operazione Ahmet Türk, presidente del Dtp ha affermato: "Questa operazione è la chiara dimostrazione che il Governo è molto infastidito dall'esito delle elezioni. Questo attacco fa parte di un progetto teso ad allontanare il nostro partito dalla pratica democratica. Ma sia chiaro a tutti che nessuno riuscirà a impedirci di lottare per una democrazia vera e per una pace giusta. Continueremo la nostra lotta con coraggio e determinazione senza mai abdicare alla nostra scelta democratica. Le operazioni e gli arresti devono avere fine, i nostri amici devono essere rilasciati".

Nelle elezioni amministrative dello scorso 29 marzo il Dtp si era affermato come primo partito nel Sud Est a maggioranza curda e quarto a livello nazionale conquistando il 5,7 percento dei consensi e il controllo di 99 comuni tra cui Diyarbakır, la più importante città del Sud Est. Tuttavia i festeggiamenti seguiti alla vittoria del Dtp furono bruscamente interrotti il 4 aprile quando due manifestanti vennero uccisi dalla polizia ad Urfa, duranti gli scontri seguiti alla manifestazione organizzata per celebrare il sessantesimo compleanno del leader del Pkk Abdullah Öcalan. Anche la provincia orientale di Ağrı è stata teatro di violenti scontri post-elettorali tra sostenitori del partito Giustizia e Sviluppo (Akp) del permier Erdogan e del Dtp, questi ultimi sostengono che il partito islamista abbia vinto di misura le elezioni facendo sparire 3000 schede elettorali e hanno chiesto il riconteggio delle schede, negato pero' dalla commissione elettorale. A rendere ancora più teso il clima nella zona curda del paese anche il processo di messa al bando del Dtp iniziato prima delle elezioni e tuttora in corso. Secondo i magistrati la struttura organizzativa del partito curdo non sarebbe conforme alla legge turca sui partiti politici, questo sembra però solo un pretesto per chiudere un partito le cui posizioni filo-curde irritano militari e islamisti al governo, tra i quali, dall'anno scorso, vige una tregua seguita all'accordo sull'intervento militare in Nord Iraq. La sentenza è attesa per le prossime settimane.

Dopo le elezioni, il Pkk aveva annunciato un cessate il fuoco unilaterale fino al primo giugno per favorire la partecipazzione del Dtp alla conferenza di pace inter-curda programmata per maggio in Iraq. In seguito all'inizio dell'operazione contro il Dtp la conferenza è stata rimandata a data da destinarsi e anche il cessate il fuoco è a rischio. Ieri e oggi (lunedì) sono state organizzate manifestazioni di solidarietà del partito curdo e per il rilascio dei militanti arrestati davanti alle sedi del DTP in tutto il paese, lo slogan più diffuso è stato "Siamo tutti del Dtp, siamo tutti curdi". Hanno partecipato a queste manifestazioni organizzazioni della sinistra turca, come il Partito Comunista della Turchia (Tkp), Partito della Solidarietà e della Libertà (Ödp), Piattaforma Socialista degli Oppressi (Esp), i sindacati di base Disk e Kesk e le associazioni culturali alevite e di difesa dei diritti umani come l'Ihd e Tihv. Inoltre il 14 aprile Ahmet Türk, in una lettera, si era appellato all'Internazionale Socialista e al Parlamento Europeo a nome del Dtp e del popolo curdo affinché ''l'Unione Europea invitasse la Turchia a cambiare il suo approccio alla questione curda''.

sabato 11 aprile 2009

La sconfitta di Recep

Osservatorio Balcani, 03.04.2009
Da Diyarbakır, scrive Alberto Tetta

Nel seggio di Egil, Diyarbakir, 29 marzo (Foto Alberto Tetta)
Battuta di arresto dell'AKP di Recep Erdoğan alle elezioni amministrative in Turchia. Crescono CHP e MHP, forte affermazione del DTP curdo in tutto il Sud Est del paese. Tutti i risultati, le voci e le immagini da Diyarbakır
Se per Recep Tayyip Erdoğan le elezioni amministrative del 29 Marzo erano un referendum di metà mandato, quel referendum lo ha perso. Il partito del premier, l'AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), ha infatti ottenuto la maggioranza relativa dei voti, ma ha raccolto solo il 38,85% dei consensi contro il 46% delle elezioni politiche del 2007 e il 41,7 delle scorse amministrative. Nel Sud Est curdo il DTP (Partito della Società Democratica) ha vinto nella maggior parte dei comuni, sconfiggendo l’AKP a Diyarbakır, la più importante città curda, dove ha conquistato il 65% dei consensi, e affermandosi anche a Siirt e Van, prima controllate dall'AKP. Durante la campagna elettorale il partito islamista aveva molto investito su Diyarbakır, per dimostrare che i curdi sostenevano il governo e non le posizioni del DTP, ma lo sforzo fatto evidentemente non ha pagato. A Istanbul e Ankara l’AKP ha invece tenuto, sebbene i due principali partiti di opposizione, il repubblicano CHP (Partito Repubblicano del Popolo) e l'estrema destra dell'MHP (Partito di Azione Nazionalista), siano cresciuti. Calo di consensi infine per la sinistra turca, che si era coalizzata in vista delle elezioni.

“E' necessario che ci interroghiamo sulle ragioni della sconfitta: perché non ci hanno votato? Abbiamo sbagliato nella scelta dei candidati? Non siamo stati capaci di rispondere alle aspettative degli elettori? Dobbiamo trovare la risposta a tutte queste domande”. Così Cemil Çiçek, portavoce del governo, al termine della riunione straordinaria dell'esecutivo convocata proprio per discutere dei risultati elettorali. Dello stesso calibro le dichiarazioni a caldo di Erdoğan, che si è detto deluso e ha aggiunto: “Questa sconfitta ci serva da lezione, d'ora in poi dobbiamo lavorare diversamente.”

Visita il portale della rete turca NTV con tutti i risultati delle elezioni
Di tutt'altro tenore le dichiarazioni di Deniz Baykal, segretario del principale partito d'opposizione, il CHP, che ha affermato: “In Turchia è iniziata una nuova era. Il risultato delle elezioni mostra che c'è una diffusa domanda di un cambio di classe politica che viene dagli elettori”. Il CHP è cresciuto a livello nazionale del 5%, conquistando tre nuovi comuni tra cui Antalya, dove l'AKP era sicuro di vincere. Il partito del premier si è dovuto accontentare di Istanbul, Ankara e della riconferma nelle roccaforti islamiste di Erzurum e Konya.

Il vero vincitore delle elezioni è però il DTP, che si è affermato come principale partito in tutto il Sud Est. Il partito curdo ha infatti conquistato, oltre a Diyarbakır, anche Van, Tunceli, Batman, Siirt, Şırnak, Hakkari e il comune orientale di Iğdır, prima controllato dall'MHP.

Osservatorio Balcani e Caucaso ha seguito le elezioni proprio da Diyarbakır, maggiore tra i comuni in cui il risultato era dato come incerto.

29 marzo, elezioni in Turchia - foto di Alberto Tetta
visita la galleria fotografica
Nei giorni che hanno preceduto il voto c'era grande nervosismo tra i dirigenti locali del DTP. Durante la campagna elettorale, infatti, lo scontro con l'AKP era stato molto duro. Barış Bikilitaş, dell'ufficio elettorale del DTP di Diyarbakır, ha raccontato ad Osservatorio l'atmosfera pre-elettorale: “La macchina del partito ha lavorato convulsamente nei giorni che hanno preceduto le elezioni, allo scopo di monitorarne lo svolgimento e di organizzare gli osservatori internazionali. Temevamo che ci sarebbero state irregolarità durante il voto ma, anche grazie al nostro lavoro, non ci sono stati problemi. L'unico comune dove si sono registrate delle irregolarità è stato Ağrı, dove abbiamo chiesto che i voti vengano ricontati.”

A monitorare lo svolgimento delle elezioni erano presenti in zona 150 osservatori internazionali, arrivati nel Sud Est turco da Germania, Inghilterra, Belgio, Svezia, Francia, Spagna e Norvegia. La delegazione italiana era la più numerosa, più di 40 delegati, dislocati tra Diyarbakır, Van, Bingöl, Sırnak e Batman.

Abbiamo chiesto ad Alberto Mari, della Rete Italiana di Solidarietà con il Popolo Curdo, che significato abbia avuto per lui partecipare alle elezioni come osservatore. “Per noi è stata un'esperienza incredibile - ci ha detto Mari - la gente ci accoglieva come eroi, i membri del DTP ci hanno accompagnato in tutti i seggi. La presenza degli osservatori internazionali è stata molto utile perché davamo coraggio alla gente che quindi andava a votare nonostante la presenza di militari e polizia davanti ai seggi.”

A Diyarbakır, verso le sei di sera, appena sono arrivati i primi dati non ufficiali secondo cui il DTP era in vantaggio a Van e Bingöl, le migliaia di persone che si erano radunate di fronte alla sede provinciale del partito hanno cominciato a ballare e a intonare slogan a favore di Abdullah Öcalan, del candidato sindaco del DTP Osman Baydemir e contro l'AKP. Man mano che i risultati favorevoli al DTP venivano proiettati sulla parete della sede del DTP, la folla si faceva più imponente. Le celebrazioni sono continuate tutta la notte. Nei giardini di quartiere, in diversi punti della città, donne, anziani, bambini e ragazzi ballavano l'halay, danza anatolica, suonando tamburi e flauti. Caroselli di auto cariche di sostenitori del partito che sventolavano bandiere del DTP si sono susseguiti in tutta la città fino a notte inoltrata.

Hülya è arrivata a Diyarbakır per seguire il risultato delle elezioni. Lavorava come donna delle pulizie in un paesino della provincia, ora è rimasta senza lavoro e per lei la vittoria del DTP è molto importante: “Questa è come una grande festa di paese, ci sentiamo come fratelli e sorelle. Speriamo che, dopo aver vinto le elezioni amministrative, riusciremo anche ad eleggere molti deputati curdi nelle prossime elezioni politiche. Se il DTP avesse perso sarebbe stata una sconfitta per tutto il popolo. Magari il DTP godesse di un appoggio così ampio come qui nel Sud Est anche a Istanbul, Izmir e Ankara. Con queste elezioni abbiamo lanciato un appello di pace al mondo, speriamo che venga raccolto.”

Osman Baydemir, riconfermato sindaco di Diyarbakır, durante la conferenza stampa tenuta nella sede provinciale del partito il 29 marzo, in tarda serata ha dichiarato: “A partire da questo momento e per i prossimi cinque anni sarò al servizio della mia gente giorno e notte, lavorerò non otto, ma sedici ore al giorno. Ha vinto la pace, ha vinto la democrazia, ha vinto il popolo curdo.”

E' ancora troppo presto per fare previsioni sulle conseguenze che il risultato del voto avrà sull'azione del governo, è chiaro però che Erdoğan ha pagato a caro prezzo la sua incapacità di affrontare con prontezza la crisi economica. A capitalizzare la sconfitta sono i partiti di opposizione tra i quali il piccolo Saadet Partisi (Partito della Felicità), partito islamista più radicale rispetto all'AKP, che ha triplicato i propri consensi nelle zone più conservatrici del paese raccogliendo intorno al 4% dei voti a livello nazionale. Altro importante fattore per comprendere le ragioni della sconfitta dell'AKP è la sfiducia dei curdi, che invece avevano sostenuto il partito di Erdoğan alle scorse elezioni legislative. Le principali cause di questo calo di consensi sono state il sostegno del governo all'intervento dell'esercito in Nord Iraq e l'incapacità di promuovere la crescita economica delle regioni curde del paese. E' notizia delle ultime ore, infine, che Barack Obama incontrerà anche i leader del DTP durante la sua visita ad Ankara il 5 e 6 aprile prossimi.

Secondo Ahmet Altan, che ha commentato l'esito del voto su Taraf nel suo editoriale del 31 marzo, “tutti i partiti hanno ricevuto una lezione da queste elezioni, chi saprà interpretare correttamente il messaggio che viene dalle urne continuerà ad esistere, coloro che non saranno capaci di farlo usciranno di scena.”

Newroz Piroz Be!

Osservatorio Balcani, 27.03.2009
Da Diyarbakır, scrive Bawer Çakır

Ha collaborato all'articolo Alberto Tetta da Istanbul

Newroz 2009
La celebrazione del capodanno curdo a Diyarbakır, a pochi giorni dalle elezioni amministrative in Turchia. Il reportage dalla città, gli interventi di Osman Baydemir, Ahmet Türk e Leyla Zana. La carovana di pace della delegazione italiana
Il 20, 21 e 22 marzo, come tutti gli anni, i curdi hanno festeggiato il Newroz, la festa di inizio primavera, scambiandosi l'augurio tradizionale “Newroz Piroz Be!”, felice nuovo giorno. In tutte le più grandi città turche, nel Sud Est curdo, come anche in Siria, Iran, Caucaso e Asia Centrale, milioni di persone hanno acceso i fuochi del “Nuovo Giorno”. Per i curdi di Turchia questa festa ha assunto negli ultimi trent'anni un valore politico molto forte. Il Newroz si è trasformato infatti in un momento di rivendicazione di diritti oltre che di celebrazione della cultura curda.

Quest’anno le celebrazioni si sono caricate di un ulteriore significato. Il 29 marzo, infatti, si svolgeranno in tutta la Turchia le elezioni amministrative per il rinnovo di tutti i consigli di quartiere, comune e provincia. Il pro-curdo Demokratik Toplum Partisi (Partito della Società Democratica, ndr) ha fatto delle celebrazioni una dimostrazione di forza in vista delle elezioni. Di seguito il nostro reportage da Diyarbakır.


Halay

Alle sei, tre ore prima dell'inizio delle celebrazioni, la gente ha cominciato a riempire la piazza dove si sarebbero tenuti i comizi passando attraverso due punti di controllo dove la polizia perquisiva uno per uno i partecipanti. Poco prima dell'inizio ufficiale della festa, gruppi di giovani hanno cominciato a ballare l'halay, danza tradizionale dell'Anatolia, quindi sono stati affissi al palco cartelli in curdo e in lingua zaza.

Circa un milione di persone, la maggior parte avvolte da bandiere con i colori curdi (giallo, rosso e verde), hanno preso posto nel grande spazio dove dopo poco sarebbero iniziate le celebrazioni del Newroz. Il co-presidente del DTP, Ahmet Türk, e il sindaco di Diyarbakır, Osman Baydemir, hanno quindi preso la parola appellandosi al governo per richiedere una soluzione democratica della questione curda, e affermando la necessità di coinvolgere come interlocutore per la risoluzione del conflitto tra esercito e miliziani curdi il leader del PKK, Abdullah Öcalan, recluso dal 1999 nel carcere di massima sicurezza di İmralı, presso Istanbul.

Baydemir: “La Turchia deve cambiare il suo approccio alla questione curda”

Newroz 2009
Il primo a prendere la parola a Diyarbakir è stato il sindaco della città, Osman Baydemir. Prima di iniziare il suo discorso ha fatto volare alcune colombe in segno di pace e la folla ha cominciato a scandire lo slogan "Amed [Diyarbakır in curdo, ndr] è onorata dalla tua presenza!”

Baydemir ha esordito dicendo: "Gli occhi di tutto il mondo guardano al Newroz di Diyarbakır. A Washington, Ankara e Bruxelles stanno ascoltando questa piazza. Tutti sappiano che qui i cuori di tutti battono per la pace e la libertà.”

“Per decine di anni - ha continuato Baydemir - hanno provato a ignorare le legittime rivendicazioni del popolo curdo. Tuttavia non sanno che il fuoco del Newroz arde per la pace e l'unione tra i curdi. I tempi sono cambiati. I curdi non sono più quelli di una volta. E’ arrivato il momento che anche la Turchia cambi il suo atteggiamento sulla questione curda”.

“Tutto il mondo deve essere conscio del fatto che in Medio Oriente senza i curdi non è possibile ottenere la libertà e la pace. Per questo motivo bisogna accogliere l’appello che viene dai curdi. Sono qui con noi delegati che vengono dai paesi più diversi. Sono qui tra noi anche ospiti che vengono dalla Turchia occidentale."

Rivolgendosi al milione di persone presenti, Baydemir ha poi aggiunto: “Ecco, questo è il risultato della lotta dei curdi. I comuni controllati dai curdi sono municipalità modello. I servizi forniti in questi comuni sono un diritto del nostro popolo. Il popolo curdo però merita molto più di questo".

Leyla Zana: “I curdi hanno tre partiti: il PKK, il PDK e l’UPK”

Nel parco del quartiere di Bağlar, sempre a Diyarbakır, ha preso la parola anche l’ex-parlamentare Leyla Zana. Riferendosi alla presa di posizione del presidente iracheno Jalal Talabani secondo cui il disarmo del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) sarebbe una pre-condizione per lo svolgimento della conferenza di pace programmata per i prossimi mesi, ha dichiarato: “I curdi non sono certo amanti delle armi. Non insultateci. Per una volta i curdi non si facciano del male tra loro. Organizzando una Conferenza tra i diversi gruppi curdi dobbiamo trovare un accordo su un sistema per coordinarci. I curdi hanno tre grandi partiti: il PKK, il PDK (Partito Democratico del Kurdistan) e l’UPK (Unione Patriottica del Kurdistan).”

Dopo il discorso di Leyla Zana, nell’area del raduno è stato accesso il fuoco simbolo del Newroz.

Türk: “Le elezioni del 29 marzo sono un referendum”

Il co-presidente del DTP, Ahmet Türk, ha affermato durante il suo intervento che, a suo parere, le ossa rinvenute in questi giorni nell’ambito delle indagini sull'organizzazione Ergenekon, in fosse comuni nei pressi della città di Silop, sarebbero resti umani. Secondo il presidente del DTP questo ritrovamento significa che sarà a breve possibile comprendere cosa ne è stato delle persone fatte scomparire dall’esercito negli anni novanta. Poi ha continuato il suo discorso citando l'IRA irlandese e il leader sudafricano Nelson Mandela: “Pensano, con la forza, di poter ridurre al silenzio il popolo curdo. In Irlanda le parti in conflitto sono state trattate con rispetto. Qui in Turchia, invece, si fa finta che i curdi non esistano. Mandela è stato per anni in carcere. Dopo che l'hanno liberato è stata trovata una soluzione per il Sud Africa grazie all’accordo tra neri e bianchi. Öcalan ha la stessa importanza per il popolo curdo che Mandela ha per i sudafricani. Se si vuole trovare una soluzione per la questione curda bisogna liberare Öcalan che è il leader del popolo curdo."

Quindi Türk ha sottolineato l’importanza delle elezioni amministrative che, secondo lui, saranno anche un referendum sull'operato del governo e del DTP: "La quantità di voti che prenderemo il 29 marzo mostrerà qual è il principale attore sulla scena curda, e renderà la pace più vicina. Queste elezioni sono un modo di difendere la nostra identità e la nostra lingua.”

Secondo il dirigente del partito curdo, nel caso il DTP fosse il terzo partito più votato questa sarebbe la dimostrazione che l’intervento militare in Nord Iraq è stato inutile: “Gli occhi dell’America, dell’Iran e del Kurdistan sono puntati verso di noi. Il giorno delle elezioni, il 29 marzo, sarà il giorno in cui difenderemo una lotta che va avanti da trent’anni.”

“TRT6 è stata creata ad uso e consumo del governo”

Newroz 2009
“A Diyarbakır la televisione locale GünTV viene condannata perché trasmette in curdo. In parlamento ho parlato nella mia lingua madre ed è successo il finimondo. TRT 6 è stata creata ad uso e consumo del governo. Non ci hanno concesso un diritto, lo hanno fatto per confonderci. Deve essere messa in campo una politica che consideri le rivendicazioni del popolo curdo diritti fondamentali. Coloro che pensano alla Repubblica come ad un loro monopolio ne daranno conto al popolo turco e al popolo curdo.”

Dopo l’intervento di Ahmet Türk, l’avvocato di Öcalan ha letto un suo messaggio. Ha avuto poi inizio il concerto dei cantanti curdi Zozan, Xeyro Abbas, Diyar e Aram Tigran. I partecipanti hanno accompagnato gli artisti ballando l’halay.

La delegazione italiana

Una folta delegazione di osservatori internazionali è partita dall’Italia per partecipare al Newroz e monitorare lo svolgimento delle elezioni nella zona a maggioranza curda. Antonio Olivieri, di Verso il Kurdistan, ora a Van, ha spiegato a Osservatorio Balcani e Caucaso il ruolo della delegazione italiana in Turchia: “La carovana Newroz 2009 è stata organizzata dallo UIKI, Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia, e dalla Rete Italiana di Solidarietà con il Popolo Curdo di cui fanno parte Assopace, Cecina Social Forum, Un Ponte per e l‘associazione Verso il Kurdistan, di Alessandria. A Istanbul, dopo aver partecipato al Forum alternativo sull'acqua abbiamo incontrato Akın Birdal, candidato del DTP sostenuto anche dalla sinistra turca, poi siamo partiti per il Sud Est dove i circa cento delegati si sono divisi per raggiungere le città curde di Diyarbakır, Kızıltepe, Şırnak, Van, Hakkari e Batman. Qui la situazione è tranquilla, le celebrazioni del Newroz si sono svolte ovunque in modo pacifico. Siamo più preoccupati per quanto riguarda lo svolgimento delle elezioni. L'AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo al governo, ndr) sta facendo davvero di tutto per guadagnare voti, ad esempio regalando elettrodomestici, carbone o permettendo ai soldati che stanno facendo il servizio militare nel Sud Est di votare dove si trovano e non nel loro comune di residenza. La loro presenza nei seggi potrebbe intimorire gli elettori, vedremo cosa succede nei prossimi giorni."

La scelta della nonviolenza

Osservatorio Balcani, 03.03.2009
Da Istanbul, scrive Alberto Tetta

L'obiezione di coscienza in Turchia dagli anni '80 ad oggi. Le associazioni e i movimenti antimilitaristi, la punizione per chi si sottrae al servizio militare o incita a farlo. I casi di Halil Savda e Mehmet Tarhan, obiettori totali. Nostre interviste
A dispetto del famoso detto nazionalista secondo cui “ogni turco nasce soldato”, in Turchia sono 73 gli obiettori di coscienza totali che dal 1989 si rifiutano pubblicamente di svolgere il sevizio di leva e di indossare l’uniforme e 500 mila, secondo i dati del ministero della Difesa, coloro che non hanno risposto alla chiamata alle armi. In questo Paese, tutti i ragazzi tra i venti e i trent'anni devono prestare sedici mesi di servizio militare obbligatorio. L’obiezione di coscienza, nonostante le pressioni in questo senso dell’Unione Europea e una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del gennaio 2006, non è ancora riconosciuta come un diritto in Turchia.

Secondo l’articolo 318 del codice penale, chiunque inviti a sottrarsi al servizio militare rischia da sei mesi a due anni di carcere. Sono molte le cause intentate contro intellettuali e artisti che si schierano a favore dell’obiezione di coscienza. Tra le più note quelle contro la giornalista Perihan Mağden del giugno 2006 per il suo articolo “L’obiezione di coscienza è un diritto umano!”, e quella contro la famosa cantante transessuale Bülent Ersoy che nel marzo 2008, mentre le truppe di Ankara entravano nel nord dell'Iraq, affermò durante un programma televisivo che se avesse potuto avere un figlio non lo avrebbe mai mandato a morire in guerra.

All’inizio degli anni novanta erano poche le organizzazioni che si occupavano di obiezione di coscienza. La prima è stata fondata a Izmir nel 1994 da Osman Murat Ülke, militante storico del movimento non violento: è la Savaş Karşıtları Derneği (Associazione degli Oppositori della Violenza). Nello stesso periodo è nata l'Istanbul Anti-Militarist Inisyatifi (Iniziativa Antimilitarista di Istanbul), che oggi gestisce anche il sito www.savaskarsitlari.org. E' a partire dal 2001 tuttavia che, in tutte le grandi città turche, è iniziato un movimento contro il servizio militare. Nel marzo 2008 diversi gruppi come l’Iniziativa contro i Reati di Opinione, l’associazione gay KAOS GL, la femminista Vita Rosa, l'Associazione per i Diritti Umani e la Piattaforma per l’Obiezione di Coscienza hanno lanciato una campagna dal titolo Rifiutarsi di uccidere non è reato, no all’articolo 318!

Abbiamo parlato con Halil Savda e Mehmet Tarhan, obiettori di coscienza e attivisti per i diritti umani, della loro scelta e del movimento antimilitarista in Turchia.

Halil, perché hai deciso di obiettare?

Halil Savda (Foto Alberto Tetta)
Sono diventato obiettore di coscienza perché mi considero un difensore coerente della libertà e della pace. La mia decisione di rifiutarmi di entrare nell’esercito è motivata dalla mia convinzione che il mondo debba essere pacifico, inoltre il mio carattere e il mio modo di vivere sono contrari alla violenza. Sono una persona che rifiuta rapporti umani basati sull’autorità, e non ho voluto essere parte di un'organizzazione armata che riproduce rapporti di tipo gerarchico tra le persone. Penso che in Turchia la lotta per la libertà debba essere anche lotta per la pace e per il rifiuto della violenza. Se non fosse così, anche se il sistema venisse abbattuto sicuramente si riprodurrebbe un meccanismo oppressivo e gerarchico come avvenuto in Unione Sovietica.

Cos'è successo dopo che hai annunciato pubblicamente la tua decisione?

Dopo essermi dichiarato obiettore di coscienza, il 26 novembre 2004 sono stato arrestato. Dopo 14 giorni mi hanno rilasciato, ordinandomi di presentarmi in caserma per l'arruolamento. Non l’ho fatto, quindi è iniziato un processo nei miei confronti. Sono stato condannato per diserzione il 7 dicembre del 2007. Mi hanno messo in carcere e di nuovo rilasciato perché mi presentassi in caserma. Nel corso degli ultimi cinque anni sono stato arrestato e rilasciato quattro volte. In totale ho passato 17 mesi in carcere di cui due in isolamento, e durante la mia detenzione sono anche stato torturato.

Dopo il tuo rilascio cosa è successo?

Come obiettori di coscienza i nostri diritti vengono calpestati anche dopo essere stati rilasciati. Per esempio ci viene negata la libertà di movimento, e se ci imbattiamo in un controllo di polizia mentre siamo in viaggio possiamo essere arrestati in qualsiasi momento come renitenti di leva. Inoltre non godiamo di nessun tipo di aiuto sociale. In Turchia infatti i ragazzi che non hanno fatto il servizio militare non hanno l’assistenza sanitaria e non possono lavorare nella pubblica amministrazione. Insomma viviamo, ma siamo morti. Sei parte della società, magari organizzi anche lotte sociali, ma non hai nessun tipo di diritto economico, sociale, nessuna sicurezza. Di fatto per lo Stato non esisti.

La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo si è occupata degli obiettori turchi. Nel gennaio 2006 si è pronunciata sul caso di Osman Murat Ülke, condannato a un totale di 701 giorni di carcere per aver rifiutato otto volte di indossare l’uniforme militare. La Corte ha condannato la Turchia a pagare 10 mila euro di danni al ragazzo poiché era stato sottoposto a un “trattamento umiliante”. Inoltre ha invitato la Turchia a modificare la sua legislazione in modo da regolamentare la condizione degli obiettori di coscienza e farli uscire dal limbo giuridico che li condanna a quello che la stessa Corte ha definito come “morte civile”.

Dopo l’11 settembre 2001, anche Mehmet Tarhan ha deciso di annunciare pubblicamente la propria obiezione di coscienza. Dopo il suo arresto a Izmir, nel 2005 ha passato undici mesi nel carcere militare di Sivas in attesa di giudizio. E' stato infine liberato ma il suo processo è ancora in corso. Ora lavora per Lambda Istanbul, un'associazione che difende i diritti di gay, lesbiche, bisessuali e transgender.

Mehmet, hai mai pensato di lasciare la Turchia per chiedere asilo politico in qualche Paese europeo?

Mehmet Tarhan (Foto Alberto Tetta)
Si, ci ho pensato. Non l’ho mai fatto perché so che la mia fuga è quello che lo Stato vuole. Qui c’è ancora molto lavoro da fare e mi piace vivere in Turchia, nonostante tutto. Sicuramente però, se mi sentissi veramente in grave pericolo, sarei costretto a lasciare il Paese.

La tua famiglia come ha accolto la tua decisione?

Mi hanno sempre sostenuto, sia quando mi sono dichiarato obiettore di coscienza che mentre mi trovavo in carcere. Hanno persino partecipato alle campagne del movimento antimilitarista in mio sostegno. Per la maggior parte degli obiettori, però, la situazione è diversa. Subiscono pressioni enormi da parte delle loro famiglie, perché facciano il servizio militare. L’opposizione della famiglia è una carta che viene usata anche dall’esercito per dissuadere i giovani obiettori.

Qual è la posizione dell'opinione pubblica turca sull'obiezione di coscienza?

La maggior parte delle persone non ha un'opinione precisa, perché non sa che esiste un movimento antimilitarista. Certo, nel suo insieme la società turca appare molto militarista e unita, ma se parli con le persone singolarmente la situazione cambia. Non a caso sono circa 500 mila i disertori che non rispondono alla chiamata alle armi, anche se non lo rivendicano politicamente in maniera pubblica.

Turchia, gli intellettuali pro-armeni saranno processati

Peacereporter, 02/03/2009versione stampabile


Ribaltata una precedente sentenza favorevole ai promotori dell'iniziativa di raccolta firme

I firmatari della petizione on-line "Chiediamo scusa agli Armeni" lanciata tre mesi fa da più di 200 intellettuali turchi per chiedere ufficialmente scusa agli armeni riguardo al "Grande Massacro" del 1915 saranno processati per aver "insultato il popolo turco" in base all'articolo 301 del Codice Penale turco.

La Prima Corte Penale di Sincan ha annullato oggi la precedente decisione del Procuratore della Repubblica di Ankara, del 26 gennaio, secondo la quale i firmatari della petizione non dovevano essere processati in quanto il testo dell'appello era da considerarsi una libera espressione del loro pensiero. Ad oggi la petizione è stata sottoscritta da quasi 30 mila persone. Nei mesi scorsi l'appello era stato oggetto di un acceso dibattito.
Questo il testo della petizione:"Il mio cuore non accetta il fatto che la gente stia insensibile alla grande tragedia che gli armeni ottomani hanno vissuto nel 1915. Respingo questa ingiustizia e condividendo il loro dolore e sentimento chiedo scusa ai miei fratelli armeni".
Secondo la versione ufficiale turca nel 1915 solo 300 mila armeni sarebbero morti a causa di carestie ed epidemie causate dalla prima guerra mondiale, non si potrebbe parlare quindi ne' di genocidio, ne' di responsabilità turca. Gli storici armeni e molti paesi europei, invece, sostengono che un milione e 500 mila persone sono state uccise in base a una progetto di sterminio pianificato da parte delle autorità ottomane nel 1915.

Alberto Tetta

Turchia, la parlamentare curda Aysel Tuğluk condannata a 18 mesi di carcere rischia l'arresto

Peacereporter, 09/02/2009versione stampabile


La militante del filo-curdo Dtp è stata condannata per aver detto che definire il Pkk un movimento terrorista non serve a risolvere la questione curda.

La parlamentare curda Aysel Tuğluk è stata condannata a 18 mesi di carcere e rischia l'arresto. La militante del filo-curdo Dtp è stata condannata per aver detto che definire il Pkk un movimento terrorista non serve a risolvere la questione curda.

''Il Primo Ministro dice che dobbiamo definire il Pkk un'organizzazione terrorista. Solo a partire da quel momento dialogherà con noi (il partito filocurdo Dtp, ndr). Il Problema non scomparirà se chiamiamo il PKK terrorista. Quelli che voi considerate dei terroristi per altri sono eroi. Se noi chiamassimo terrorista Abdullah Öcalan perderemmo la fiducia del nostro popolo. Il popolo curdo ha deciso di condurre una lotta democratica. Ma se voi non date a un popolo neppure il diritto di usare la propria lingua come vuole create un terreno fertile per la violenza''.
Per queste parole, pronunciate durante un comizio del Demokratik Toplum Partisi (Partito della Società Democratica, ndr.) il 16 Maggio 2006 a Batman, cittadina del Sud-Est turco a maggioranza curda, Aysel Tuğluk è stata condannata a 18 mesi di carcere dal Tribunale di Diyarbakır per aver fatto "propaganda pro-Pkk".
In Turchia i deputati possono essere processati solo in seguito a un voto in questo senso del parlamento, quindi anche in questo caso il procedimento penale era stato congelato in attesa del termine della legislatura. Per la prima volta nella storia della Repubblica Turca, però, la Corte d'Appello ha stabilito che il processo doveva tenersi nonostante l'immunità parlamentare e Aysel Tuğuk ora rischia il carcere.

Alberto Tetta

La frontiera turca

Osservatorio sui Balcani
06.02.2009
Da Istanbul, scrive Alberto Tetta

La Turchia è divenuta paese di partenza, di arrivo e di transito per migliaia di migranti. Le condizioni di rifugiati e richiedenti asilo, i centri di detenzione, il lavoro delle associazioni. La pratica delle deportazioni forzate e il lavoro della società civile
Sono migliaia i migranti che cercano di raggiungere l'Europa attraversando la Turchia. Negli anni novanta l'atteggiamento delle autorità era di maggiore flessibilità, ma ora l’Unione Europea ha blindato le frontiere, e molti immigrati sono costretti a fermarsi in Turchia. Se non riescono a ottenere lo status di rifugiato, le possibilità di mettersi in regola sono poche e chi non ce la fa viene rinchiuso nei centri di detenzione.

I dati relativi al numero di migranti che vivono in Turchia non sono per nulla univoci. C'è chi parla di 1.500.000 persone e chi invece solo di 500.000. Non è facile censire gli immigrati sprovvisti di permesso di soggiorno, che sono in maggioranza, soprattutto tra coloro che arrivano nel paese attraversando la frontiera meridionale con l'idea di raggiungere la Grecia via terra o imbarcarsi per arrivare in Europa via mare.

La frontiera tra Grecia e Turchia, sia terrestre che marittima, a partire dagli anni duemila è diventata sempre più invalicabile visto che l'Unione Europea ha richiesto alla Turchia un controllo più stretto delle frontiere come precondizione per proseguire il processo di adesione iniziato nel 2001.

La frontiera greco-turca non è solo difficile da valicare, ma è diventata anche molto pericolosa. Sono frequenti le violazioni dei diritti umani da parte della guardia costiera come avvenuto ad esempio la scorsa estate, quando un ragazzo afgano di diciassette anni, fermato con altre tre persone nei pressi dell'Isola di Lesbo, vicino alla costa turca, è stato ricondotto in mare aperto e abbandonato a bordo della sua imbarcazione di fortuna. Soccorso quattro ore dopo dai guardacoste turchi è stato consegnato alla polizia di Ayvacik, che lo ha arrestato. Trasferito in un'altra prigione a Istanbul gli è stato proposto di firmare una dichiarazione secondo la quale avrebbe accettato di tornare volontariamente in Afghanistan.

Gli immigrati regolari, invece, vengono soprattutto dall'ex-URSS. Sono per la maggior parte donne che lavorano come collaboratrici domestiche nelle grandi città o come operaie nell'industria tessile. Una parte di loro entra nel circuito della prostituzione.

Il numero dei rifugiati è più facile da censire grazie ai dati dell'UNHCR, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Secondo l'UNHCR i richiedenti asilo residenti in Turchia sono circa 25.000, per la maggior parte iraniani e afgani. La Turchia ha ratificato la convenzione di Ginevra del 1951, ma con una riserva di tipo geografico. Il governo turco si occupa infatti della selezione delle domande per ottenere lo status di rifugiato solo se presentate da cittadini europei. Degli altri si occupa l'UNHCR, che può concedere solo un asilo temporaneo in attesa che i rifugiati raggiungano il Canada, gli Stati Uniti o l’Australia, paesi che hanno sottoscritto un accordo particolare con l’Agenzia per i Rifugiati.

Secondo Clèmence Durand, dell'Helsinki Citizens Assembly - Turchia (HCA), associazione con sede ad Istanbul che si occupa di assistenza legale ai rifugiati, la maggior parte dei potenziali richiedenti asilo pensa alla Turchia solo come paese di transito e, quindi, non registra il proprio indirizzo di residenza temporanea al posto di polizia più vicino al luogo di entrata, come prevederebbe la legge turca. In questo modo l'immigrato diventa “irregolare”, e in qualsiasi momento può essere arrestato e rinchiuso in uno delle decine di centri di detenzione per immigrati sparsi per il paese.

Secondo l'HCA, che ha redatto il primo rapporto su questi centri basandosi su testimonianze di ex-detenuti, le condizioni di reclusione degli immigrati sono molto dure e vengono commesse le più svariate violazioni dei diritti dei rifugiati, che vanno dalla difficoltà a ottenere acqua potabile e una generale situazione di sovraffollamento, a casi di vera e propria violenza fisica da parte della polizia che è arrivata a praticare persino la felaqa, forma di tortura che consiste nel percuotere con un bastone le piante dei piedi del detenuto. Alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani inoltre non è permesso entrare nei centri per monitorare la situazione.

Sono molto frequenti le rivolte per protestare contro il duro regime di detenzione e i lunghi periodi di permanenza dentro al centro. A volte, infatti, i richiedenti asilo vengono illegalmente trattenuti per mesi in attesa che l'UNHCR prenda in considerazione la loro richiesta d'asilo.

Le associazioni per la difesa dei diritti degli immigrati in Turchia hanno denunciato anche altri tipi di violazione dei diritti umani a danno degli immigrati, come la pratica delle deportazioni forzate alla frontiera, deportazioni che avvengono senza che gli immigrati abbiano la possibilità di fare domanda di asilo o godere di assistenza medica. Queste deportazioni possono anche causare la morte, come avvenuto il 23 aprile quando, come denunciato dall’UNHCR, quindici uomini di nazionalità siriana e iraniana sono stati costretti dalla polizia turca ad attraversare a nuoto un fiume in piena vicino al confine tra Turchia e Iraq. Quattro di loro tra cui un rifugiato iraniano sono annegati e i loro corpi non sono più stati trovati.

L'HCA non è l'unica organizzazione in Turchia che si occupa di immigrati e richiedenti asilo. A Istanbul sono attivi anche programmi assistenziali organizzati di associazioni cattoliche come la Caritas, il protestante Istanbul Inter-Parish Migrants Program (IIMP), la musulmana Mazlumder o la laica Human Resource Development Foundation (HRDF). Al di là delle differenti appartenenze, queste organizzazioni lavorano assieme coordinandosi mensilmente per fornire assistenza agli immigrati.

Nonostante il fenomeno sia in aumento, l’opinione pubblica turca fa ancora molta fatica a comprendere come il paese stia cambiando divenendo allo stesso tempo luogo di partenza e di arrivo per gli immigrati. Negli ultimi anni, però, le associazioni per i diritti degli immigrati e per la difesa dei diritti umani hanno cominciando a promuovere campagne di sensibilizzazione rivolte alla popolazione, a fare assistenza legale e a monitorare il rispetto dei diritti dei richiedenti asilo. Anche il mondo accademico ha iniziato un lavoro di ricerca sul tema immigrazione, e da qualche mese a Istanbul viene pubblicato un periodico scritto dai rifugiati, Mültecilerin Sesi, La Voce del Rifugiato. Qualcosa, lentamente, sta cambiando. Europa permettendo.

Two Women MP's Apply to ECHR to Condemn Berlusconi's Sexism

Bianet.org, 5 Marzo 2009

Two women politicians apply to the ECHR regarding Italy's PM Berlusconi's insulting remarks about women. bianet talks to Anna Paola Concia about their stance, their expectations from the case and situation of civil rights in the country.

Anna Paola Concia, Italian MP of main opposition Democratic Party, and Donata Gottardi member of European Parliament of European Socialist Party denounced Silvio Berlusconi for his ongoing and frequent declarations “against life and dignity of the women”.

In March 2008 during his electoral campaign Berlusconi said to a young unemployed girl "to marry his billionaire son to solve her economic problems". In January, during a speech in Sardinian city of Sassari he said “to avoid rapes, it would require to assign a soldier for every good-looking Italian woman”. In February he said that, Eluana Englaro, a girl in coma for 17 years could still become a mother, and again in February during an international meeting with Sarkozy he told him: “I gave you your woman”.

The two Italian MPs decided to apply to the European Court of Human Rights in Strasbourg; claiming that Berlusconi violated articles 8 and 14 of the European Convention of Human Rights and insulted Italian women.

Anna Paola Concia spoke to bianet about her reaction and the civil rights situation in Italy.

In the last months Berlusconi about every week did strong jokes about Italian women, sometimes after particularly tragic situations like the rape of a young woman in Rome, should we regard those just as normal jokes or something more revealing?

A Prime Minister does not make jokes. These violent sentences against Italian women are considered as gaffes just in Italy, no-other European prime minister would speak like that.

Then you decided to denounce Silvio Berlusconi to European Court for Human Rights, when you decide to do so, and why the European Court and not an Italian court?

We applied to European Court because in Italy the Prime Minister can not be put under trial due to political immunity guaranteed by a new Italian law called Lodo Alfano. But the reason is mainly cultural; we want Europe, which is really careful about fight against discriminations and woman rights, to support us in this fight.

So the case has mainly a symbolic meaning, isn’t it?

No, it not just a symbolic gesture, it is a true denounciation, but we want it to be a strong message: in our country the Prime Minister is constantly insulting the women as males’ property debasing their role as citizens, his messages and declarations widen contempt against women.

What will happen if the European Court would condemns Silvio Berlusconi?

We think there will be a formal reproach from the Court, but we don’t know yet what could happen.

It seems Italy falls behind regarding Civil Rights compared with the most majority of European countries, what do you think is the reason of that?

We are a regressing country, Italian political parties, all of them, are responsible for that situation, instead of giving more rights in our country full citizenship spaces get everyday smaller, this is really dangerous, and society is regressing because politics and institutions don’t give any answer to people problems.

So Democratic Party too has his responsibilities?

Any party is investing on new citizenship subjects like migrants or homosexuals; it isn’t a priority for anybody. I am fighting inside Democratic Party to change this culture, I am the only declared homosexual in the Italian Parliament, I am 1 on 1000. (AT/EÜ)

Fotoğraflarla On Ülkeden On Kadın Hafriyat Karaköy'de Buluşuyor

Bianet, 10 Febbraio 2008

Haberin foto-galerisi için tıklayınız.

On ülkeden on kadın fotoğraflarla çevrelerini inceliyor. Prag’ta 2006'ta "Intimate revolt/İçten Başkaldırı" projesini başlatan fotoğrafçılar İstanbul’da, Hafriyat Karaköy’de serginin açılışı için yeniden toplandı.

Serginin küratörü Gülbin Özdamar Akarçay projenin nasıl başladığını bianet’e anlattı:

"Prag’ta eğitim alırken diğer sanatçılarla projeyi yazdım, hocama gösterdim ve ondan destek aldık ancak daha sonra yine eğitim nedeniyle Türkiye’ye dönmek zorunda kaldım. Sonra diğer sanatçılarla İnternet üzerinden iletişim kurmaya devam ettik. Bir kaç ay sonra Velyrba Galerisinde Çek Cumhuriyeti Hükümeti'nin desteğiyle eserlerimizi sergileme fırsatını bulduk."

Özdamar Akarçay "Amacımız kadın kimliğimizi incelemek ve kadınlar olarak birbirimizi anlayıp anlayamayacağımızı öğrenmekti. Hepimiz farklı ülke ve farklı kültürlerden geliyoruz. Ama ortaklaştığımız noktalar var. Hepimizin üzerinde sosyal baskılar var ve fotoğraflarla bunları anlatmaya çalışıyoruz" dedi.

Kalabalık açılışa serginin diğer kadın fotoğrafçıları da katıldı. Litvanyalı Vilme Samulyonite'ye "Kadın olmak, kadın fotoğrafçı olmak ne demek?" diye sorduk:

"Bana feminist olup olmadığımız soruyorsan 'evet, öyleyim' derim. Ama işimi yaparken kadın odaklı bir bakışım yok, kendimi kadın fotoğrafçı olarak görmüyorum. Sadece bir fotoğrafçıyım. Tabii ki aynı zamanda bir kadınım ama bu doğal şekilde oluyor."

Azerbaycan'dan Sitara Ibrahimova ise şöyle dedi:

"Benim ülkemde kadın fotoğrafçı olarak çalışmak çok zor, mesela ben Azerbaycan’daki ilk profesyonel fotoğrafçıyım, hiç bir üniversitede fotoğraf bölümü yok. Fotoğraflarımdaysa Azeri kimliğini anlatmaya çalışıyorum. Bu biraz karmaşık. Aynı zamanda Türküz, eski Sovyet Cumhuriyeti vatandaşıyız, Müslümanız."

Sergiye katılan diğer fotoğraflarçılar şöyle:

Molly Radecki (USA), Dorothea Bylica (Polonya), Kristyna Muller (İsveç), Zuzana Podolska (Çek Cumhuriyeti), Natasha Kosmerl (Slovenya), Katarina Bricova (Slovakya), Michaela Kfir (Almanya).

Sergi 26 Şubat Perşembe gününe kadar Karaköy'deki Hafriyat Karaköy binasında sürecek. (AT/EZÖ)

"Berlusconi İçin Problem Tecavüz Değil Güzel Kadın Olmak"

Bianet.org, 31 Gennaio 2009

Eski bağımsız milletvekili, kabare sanatçısı Luxuria, Başbakan Berlusconi'yi eleştiriyor: Eğer ille de şaka yapmak istiyorsan iyi bir şaka yapmalısın. Aslında kadınlara 'tecavüze karşı kendinizi savunun' diyor.

İtalya'nın parlamentoya girmiş ilk transseksüeli Vladimir Luxuria'ya Başbakan Silvio Berlusconi'nin "Kadınlarımız o kadar çok güzel ki, kadın sayısı kadar askere ihtiyacımız var" sözlerini sorduk.

Kabare sanatçısı Luxuria "Eğer ille de şaka yapmak istiyorsan iyi bir şaka yapmalısın. Hele ki başbakansan" diyor ve Berlusconi'yi sorumluluğunun farkında olmamakla eleştiriyor.

Berlusconi'nin tecavüz olaylarının artışına ilişkin "Militarist ülkelerde de polis devletlerinde de bu olaylar yaşanabilir. Güzel İtalyan kızları sayısı kadar askeri seferber etme imkânı da yok" demeci için Luxuria'nın yorumu şöyle:

"Her güzel kadına bir asker seferber etmek gerektiğini ve sonra da buna imkan olmadığını söylemek 'güzel kadınlar tehlikededir' yani 'güzelsen tecavüze uğrarsın' demek. Berlusconi için problem kadınların tecavüze uğramasında değil güzel olmalarında."

Geçen dönem parlamentoda olan eski bağımsız milletvekili "Bu demek ki hükümetin bu konuda bir güvenlik politikası yok. 'Kendi kendinizi savunun' bir güvenlik politikası olamaz. Üstelik maalesef cinsel şiddet en çok aileden ya da yakınlardan geliyor. Her aileye bir asker koymak da mümkün değil" diyor.

İki yıl önce İstanbul'da yapılan onur yürüşüne de katılan Luxuria İtalya'da Survivor yarışmasına katıldığı için komünist kanadın tepkisini çekmişti.

Oysaki yarışmayı kazanan Luxuria'ya göre popüler kültür aracı da olsa televizyonda hem de böyle çok seyredilen bir programda bir transeksüelin görünür olması, yarışmayı kazanması LGBTT için meşruluk anlamına da geliyordu.

"Kazandığıma göre beni cinsel kimliğimle kabul ettiler."

Luxuria'nın Parlamento'dayken kadın tuvaletini kullanması da aşırı sağcı Ulus Partisi'nin tepkisine neden olmuş, Başbakan Berlusconi 3. bir tuvalet yaptırmıştı.

Luxuria, seçim kampanyaları döneminde de cinsiyetçi saldırılardan kurtulamamış hatta onun "kadın kılığı" ile dalga geçen Berlusconi'cilerle, Berlusconi'nin de boyunu uzun göstermek için özel yapım ayakkabılar giydiğini hatırlatarak dalgasını geçmişti.

"O da makyaj yapıyor. Benden daha az belki ama yapıyor. Kısa olduğu için topuklu ayakkabı giyiyor. Yani kimi zaman, en azından estetik açıdan, onun düşündüğünden daha fazla ortak noktamız olabilir."(EZÖ)

Spanish Judge Pursues Israel for "Crimes Against Humanity"

Bianet, 30 Gennaio 2009


On 22nd of June 2002 Israeli army killed Salah Shehadeh, supposed responsible of Hamas military branch, bombing his house. 14 civilians were killed and 150 wounded. In that period Israeli adopted a selective killing policy against Palestinian political leaders. Now Spanish National Court want to sue Israeli organizers of the operation for “crimes against humanity”. Defence Minister Ehud Barak declared that the Spanish “judge live in a upside-down world”.

While all over the world begun a debate about the possibility to put Israel'i responsibles under trial for war crimes and crimes against humanity for Gaza military operation that caused 1300 deaths, Spanish National Assembly started an investigation about a fact happened in 2002.

The operation's target was Salah Shehadeh, supposed head and founder of Izzedine al Qassam Brigades, the Hamas military branch. Arrested by Israelis in the eighties, the militant was later transferred in a Palestinian jail under the authority of Palestinian Authority and then released in 1990. In 2002 during the second Intifada, Israeli aviation dropped a 1 ton bomb on his house, in Daraj district of Gaza city, with him other 14 people died, between them 9 children, 150 people were wounded.

According to International Commission of Jurist the high human concentration in the area was well known by Israeli military intelligence, however they decide to execute the operation. This element configures for Israel a crime against humanity, this kind of crime is considered by Spain attaining to his jurisdiction.

Fernando Andreu, persecutor of National Assembly accepted the recourse presented by Palestinian Center for Human Rights (PCRH) and by some victim’s relatives. He declared he is competent for these investigation according to Organic Judicial Power Law that states, in the article 23, that Spanish judges have the power to investigate and begin trials concerning terrorism, genocide cases and other crimes even if they are committed outside Spanish territory in case of violation of international treats. International Penal Court considers a “war crime” a premeditate attack against civilian or non-military or an attack on a military target knowing in advance there will be civil victims.

Now the two parts, Israel and Palestinian Authority will receive a communication from the Spanish court about the enquire beginning. Spanish persecutor asked Israel to provide information about the defendants. Former Defence Minister Benjamin Ben-Eliezer (who is now the Israeli Infrastructure Minister), his [former] military advisor, Michael Herzog, former Israeli Army Chief of Staff Moshe Ya’alon, Dan Halutz, former Commander of the Israeli Air Force, Abraham Dichter, Former Head of the Israeli Intelligence Service, Doron Almog, former Head of the Israeli Southern Command, and Giora Eiland, former Head of the Israeli National Security Council are under investigation. Persecutor Andreu also declared he will send as soon as possible an investigative delegation to Gaza in order to collect depositions about the matter.

It is difficult the investigation will comes to an end because Israel never collaborated in this kind of enquires before.

According to El Pais Spanish news-paper the persecutor can not start the trial if defendants are not present, but Andreu could issue an international detention order that would strongly reduce defendants’ freedom of movement.

Israel acted immediately to prevent Israeli soldiers to be put judged by European Courts. Prime Minister Ehud Olmert declared the state will provide all needed legal assistance to possible Israeli defendants. Military authorities forbid Medias to publish identity and pictures of possible defendants who participated in houses demolitions in Gaza. At se same time Government recommended military officers to not go in countries where it would be possible they are persecuted like Spain, United Kingdom, France, Belgium and northern countries.(AT)

"Tecavüz Mağduru Kadınlarla Dalga Geçen Berlusconi'ye Teşekkürler!"

Bianet.org, 28 Gennaio 2009

Berlusconi'nin "Kadınlarımız o kadar çok güzel ki, kadın sayısı kadar askere ihtiyacımız var" demecine Demokratik Parti'den eleştiri geldi: "Tecavüze uğrayan kadınların dramıyla eğlenmesi sorumluluğunun ve duyarlılığının olmadığının göstergesi."

İtalya'nın başkenti Roma'da tecavüz vakalarındaki artıştan dolayı toplumdaki tedirginlik hükümete eleştiri olarak yansırken önceki gün Sardinya Adası’ndaki yerel seçim öncesi Başbakanı Silvio Berlusconi'nin açıklaması şöyle oldu:

"Kadınlarımız o kadar çok güzel ki, kadın sayısı kadar askere ihtiyacımız var. Militarist ülkelerde de polis devletlerinde de bu olaylar yaşanabilir. Güzel İtalyan kızları sayısı kadar askeri seferber etme imkânı da yok."
Demokrat Parti Lideri Walter Veltroni, Berlusconi'nin açıklamasına hemen eleştiri getirdi:
"Başbakan şaka ederek çok sayıda tecavüze uğrayan kadının dramını görmezden geliyor, Sorumluğunun ve duyarlılığının olmadığının göstergesi olan bu durum bu çeşit şiddete karşı risk altındakileri olumsuz yönlendirir."

Demokratik Parti üyesi Roberta Pinotti'nin yorumuysa ironikti:

"Başbakana içtenliği ve mizah duygusu için teşekkür ederiz. Korkuya karşı mücadele etmemize yarayacaktır. Teşekkürler çünkü diyor ki dışarı yalnız çıkan kadınlar şiddete maruz kaldıkları için sorumludur. Teşekkürler çünkü tecavüz hakkında şaka yapıyor. Teşekkürler çünkü acı çeken kadınların trajedileriyle dalga geçiyor." (AT/EZÖ)

Italian and Turkish Students Defend Education Rights

Bianet.org, 28 Novembre 2008


On Friday at 10.30, about fifty Italian and Turkish students gathered in Istanbul to protest against Berlusconi’s government education reforms that will cut funds for school and universities favouring a process of privatization.

In Italy the student movement organized in every city demonstrations and political actions against the reform to continue the fight started in September that saw a massive participation on 30th and 14th November marches in Rome when hundred thousands students and education workers joined the protest. In many European cities Italian students organized in political collectives to demonstrate in solidarity with their Italian colleagues.

Also in Istanbul Italian students organized in a collective called “The Bosporus wave” protested on 14th of November in front of Italian Consulate.

Today the Italian students, after and assembly on Thursday with Genç-Sen members and Eğitim-Sen representatives, decided to meet in front of Italian Cultural Institute to continue their protest shouting the slogan “Noi la crisi non la paghiamo!” (“We will not pay for your crisis” e.n.) and showing hand-written posters in Italian, Turkish and English against education reforms.

“We are here to protest against university’s reform and economical crisis with Turkish students and we will demonstrate together in Ankara tomorrow” says Carlotta an exchange student in Marmara University.

Turkish students from Genç-Sen partecipated in the protest in solidarity with Italian students too.

“We are here to say that Turkish and Italian students will not pay the bill of this crisis. This crisis it is a capitalistic crisis, the owners have to pay for it, this isn’t neither a workers’ nor a students’ problem. As Genç-Sen members we welcome the struggle for the rights of our student friends in Italy” said Emre Öztürk, Genç-Sen member who joined the protest.

İstanbul Universities’s workers’ trade union Eğitim-Sen branch sent a message of solidarity to the Italian students too.

Protesters, after they tried to show a banner to Italian Cultural Institute’s main balcony and they were blocked by institute’s employees, started to march towards Istiklal Street, but they were blocked by the police.

After a discussion that took some minutes they were allowed to march until Galatasaray high school where they concluded the protest announcing an Italian student delegation will join tomorrow demonstration in Ankara against AKP neoliberal policies organized by DISK, KESK and other social organizations standing shoulder to shoulder with Turkish students shouting together: “We will not pay for your crisis!”(AT/EÜ)

İsrailli Araplar, Sağın Yükleşinden Kaygılı

Bianet.org, 13 Febbraio 2009

İsrail nüfusunun neredeyse yüzde 20'sini oluşturan Arap azınlık, seçimlerde aşırı sağın güçlü çıkmasından rahatsız. Birleşik Arap Listesi sözcüsü al-Ahim, "Hükümete girerlerse boykot çağrısı yapacağız. Hayatın her alanında ayrımcılığa uğruyoruz" dedi.

Tzipi Livni’nin Kadima Partisi 28, sağcı Likud partisi de 27 sandalye kazansa da, İsrail seçimlerinin asıl galibi Avigdor Lieberman oldu. Lieberman’ın aşırı sağcı partisi Yisrael Beitenu 13 sandalye kazandı ve olası bir koalisyon hükümetinde yer alma şansını büyük ölçüde kazandı. Seçim kampanyası boyunca, İsrail’de yaşayan Filistinli azınlığa saldıran Lieberman, Filistinlilerin İsrail topraklarından tamamen çıkarılmasını savunuyor.

İsrail’de yaklaşık 1 milyon 400 bin İvatandaşlığa sahip Filistinli yaşıyor. Bu Filistinliler seçimlerde üç siyasi parti tarafından temsil edildi. Toplamda yüzde 10 oranında oy alan bu partilerden en güçlüsü olan Ra’am (Birleşik Arap Listesi) sözcüsü Kiffah Abed al-Ahim, bianet’e seçim sonuçlarını değerlendirdi ve aşırı sağcı Lieberman’ın hükümete girmesi durumunda İsrail’deki Filistinli azınlığın durumunun nasıl değişeceğini anlattı.

Yisrael Beitenu, İsrail’in yeni faşist partisi: Parlamenterlerimizden biri olan doktor Ahmed Tibi’nin defalarca dediği gibi, Lieberman’ın partisini İsrail’in yeni faşist partisi olarak kabul edebiliriz çünkü bu ırkçı bir partidir ve bütün seçim kampanyası İsrail’deki Arap azınlığı aşağılamak üzerine kurulmuştur. Eğer Lieberman hükümete girerse, diğer ülkeleri bu yeni hükümeti boykot etmeye çağıracağız; aynı Avusturya’da daha önce hükümetin bir parçası olan faşist Haider’in partisini boykot ettikleri gibi.

Arap azınlığın seçimlere katılımı oldukça iyiydi: Seçimlerden önce Merkez Seçim Kurulu, bizim listemizin ve bir diğer Arap listesinin seçimlere girmesini yasaklama kararı aldı ancak biz Yüksek Mahkeme’ye başvurduk ve sonunda seçimlere girmemize izin çıktı. Filistinli partiler toplamda bütün oyların yüzde 10’unu aldı. Bunlar arasında Ra’am en fazla oyu alan gruptur. Biz bu sonuçtan memnunuz çünkü seçimlerden önce Arap azınlık içinde halkı seçimleri boykot etmeye çağıranlar oldu ancak buna rağmen katılım çok iyiydi. Yüzde 50’nin üzerinde bir katılım oldu. Bence İsrail’deki Arap azınlık, bu seçimlerin ne kadar önemli olduğunun farkına vardı. Lieberman ve onun aşırı sağcı partisinin yükselişte olması Arap azınlığın ve onun liderliğinin güçlenmesini zorunlu kılıyor. Bence Arap halkı, içinde bulundukları tehlikeli durumun artık farkında.

İsrail’deki Araplar yaşamın her alanında ayrımcılığa uğruyor: İsrail’deki Arap azınlık yaşamın her alanında ayrımcılığa uğruyor; işte, okulda, sosyal hizmetlere ulaşımda… Diyebilirim ki, oy kullanma hakkı dışında Araplarla Yahudilerin eşit olduğu hiçbir yer yok. Örneğin bizim listemiz, Arapların toplumda daha çok temsil edilebilmeleri için mücadele ediyor. İsrail yasalarına göre Arap azınlığın resmi işlerde ve devlet memuru olarak çalışma hakkı bulunuyor ancak bugüne kadar, devlet kademesinde çalışan Arap oranı sadece yüzde 7. Oysa biz nüfusun yüzde 20'sini oluşturuyoruz. Bu nedenle burada eşit bir temsiliyetten söz edemeyiz.

Sokak, Arap partilerin birleşmesini istiyor: İsrail’de yaşayan Araplar, kendilerini temsil eden partilerin tek bir çatı altında birleşmesini istiyor. En geniş çoğunluğa sahip Arap partisi olarak biz bunu önceki ve bu seçimlerde denedik ve diğer partilere bize katılmaları yönünde çağrıda bulunduk ancak olumlu yanıt alamadık. Bu sokağın isteğidir. Şu anda birleşik mücadele yürüten sadece bizim listemizdir, 3 partiden oluşuyor: Değişim için Arap Hareketi, İslami Hareket ve Demokratik Arap Parti.

Medyanın, Arap azınlığa gösterdiği ilgi bizim için bir şans: Bu seçimlerde ilginç olan bir şey vardı; yabancı medya, gerek yurtdışından gelen muhabirler gerekse İsrail’de çalışan yabancı gazeteciler Arap azınlıkla çok ilgiliydi. Sürekli bizimle görüşmeler, röportajlar yaptılar ve seçim gezilerimizde bize katıldılar. Bu bizim için çok önemliydi çünkü ancak bu şekilde İsrail’deki Arap azınlığın durumunu yurtdışındakilere duyurabiliriz. (AT/SÇ/EÜ)

* Alberto Tetta'nın haberini Semra Çelebi Türkçeleştirdi.

İtalya'da Göçmen İsyanına Genel Grev Desteği

Bianet.org, 27 Gennaio 2009

İtalya'nın güneyindeki küçük ada Lampedusa'da göçmenlerin başlattığı isyana ada halkı yapılacak genel grevle destek veriyor.

800 kişilik olmasına rağmen yaklaşık bin 500 kişinin barındırıldığı ve koşulların oldukça kötü olduğu belirtilen göçmen kampından kaçanlar geçen cumartesi günü ada halkıyla birlikte büyük bir gösteri düzenlemişti.

Genellikle Tunus ve Akdeniz kıyısı ülkelerden kaçak olarak İtalya'ya göç edenlerin tutulduğu Lampedusa Göçmen Kampı, kötü koşulları ve aşırı kalabalıklığı nedeniyle İtalya'nın gündeminden düşmüyor.

Aşırı sağ kanattan ve yabancı düşmanlığıyla bilinen hükümetteki Lega Nord partisinin İçişleri Bakanı Roberto Morani'nin Lampedusa'dan diğer göçmen kamplarına transferi yasaklaması ve buradaki göçmenlerin direk olarak kendi ülkelerine geri gönderileceklerini açıklaması adadaki gerginliği daha da arttırdı.

Cumartesi günü kamptan kaçan bin 500'den fazla göçmen Lampedusa adasının sokaklarında yürüyüş yaparak İtalyan hükümetinden, diğer göçmen kamplarına transfere izin vermesini istedi ve kamptaki kötü koşulları protesto etti.

Kampta, insanlar yerlerde yatıyor, plastik örtülerle ısınıyor ve yetersiz besleniyor. İtalyan göçmen yasalarına göre en fazla 48 saat tutulmaları gereken göçmenler aylardır Lampedusa kampında tutuluyor.

Göçmenlerin isyanına destek veren ada halkı ise küçük adalarının "Akdeniz'in yeni Alkatraz hapishanesi"ne dönüşmesini istemiyor.

Bu nedenle geçen Cuma gününden beri her gün biararya gelerek protesto gösterileri düzenleyen halk genel greve gidecek.

Uluslararası Af Örgütü, Çocukları Koruma Örgütü ve Sınır Tanımayan Doktorlar ise Lampedusa'da gerçekleşebilecek çok ciddi insan hakları ihlallerine karşı bir bildiriyi imzaya açtı.(AT-SÇ/EÜ)

* Bu haberi Alberto Tetta ve Semra Çelebi derledi ve Türkçeleştirdi.

Photo Gallery: Commemorating Hrant Dink Two Years after His Death

Bianet.org, 20 Gennaio 2009

Around 10,000 people gathered in front of the Agos newspaper office in order to remember Armenian-Turkish journalist Hrant Dink, murdered there two years ago.

Following an appeal by Halil Ergün to join the apology campaign, the crowd listened to a piece of music in Dink’s memory, followed by a moment of silence.

The crowd shouted slogans such as “For Hrant, for justice”, “Gangs will be acccountable to the people” and “We are all Hrant, we are all Armenian.” (EZÖ-AT/AG)

Click here for the photos prepared by Emine Özcan and Alberto Tetta.

Click here for the photos prepared by Tolga Korkut: “Faces at the Dink commemoration.”

Opposition Grows Against Berlusconi's Education Reforms

Bianet.org, 13 Novembre 2008

More than a million students and education workers marched against plans to cut financing to public schools and universities. As public support for the student movement and unions grow, the Italian government tries to ease the reaction. Italian students also demonstrated in Istanbul in front of Italian Consulate on Friday.

In Italy one of the strongest student movements of recent past keeps growing, as protests started in September when the Berlusconi government and its Education Minister Mariastella Gelmini announced their public school and universities reform plan.

According to the financial plan law approved in the end of September, there will be 8 billion euro decrease in state investments for public schools and about 1.5 billion expense cut for public universities in coming years. This means a strong reduction in teacher number and in lesson time, especially in elementary schools; making it more difficult for mothers to work and, in the mean time to take care of their children. Another highly criticized law, proposed by far-right xenophobic Lega Nord Party, aims to create separate classes for immigrant children in primary schools.

Universities

On the other hand the government decided to block recruitment of new professors in the universities. In the next years it will be possible to hire only one new professor for every five retired. Public universities will be also turned in private foundations in order to be able to raise funds from private sponsors.

Critics say this would result in a growing influence of private companies on university research jeopardizing its independence and objectivity. Students claim university public expense cut will result in a strong university tax raise and that Berlusconi uses school and university money to save banks and to increase military expenses.

Since September a wide opposition movement has grown day by day, school teachers and university researchers who fear they will lose their job, parents who think the education system quality will strongly decrease, students who are convinced they will pay higher taxes to study in low quality universities that won’t give them the necessary knowledge to find and appropriate job, are protesting.

Protests

After the financial plan passed, minister of education announced the school reorganization law would have been voted by the parliament in the end of October, protests grew all over the country, with the aim of blocking the law and to force the government to retire his decision to cut education expenses. Schools where squatted, local rallies were organized and on the 30th a mass demonstration took place in Rome and Bologna, organized by the most important school trade unions, COBAS, CGIL, CISL UIL.

More then a million students marched to defend public school and universities and teachers went on a national strike. In October when the education law was voted, thousand of students in Rome besieged the parliament to block the vote. After the law passed the student movement continued to protest against the government.

University students are the main protagonists of the protest, shouting slogans like: “If you block our future, we will block the city”, “we won’t pay for your crisis.” They adopt a wide-rage of way of protests, like occupying faculties, sit-ins on the railways to block the trains and in the main city streets to stop the traffic. A lot of university professors supported the protest and organized open-air lessons in the main city central squares to involve citizens in the protestation. Students denounce Berlusconi's plans to use public school and university funds to help banks and to increase military budget.

Public support

According to an opinion pull published on one of the most read Italian news-papers, La Repubblica, public support toward the students is high and this fact worries the government to see the consensus decreasing day by day. So the minister of education tried to find a solution to the first crisis after Berlusconi was elected in April. She issued a new law that softens the previous one, then asked the trade unions to cancel the national strike planned for Friday 14th.

For the main trade union CGIL and the student movement this wasn't enough, they refused to postpone the meeting asking the government to withdraw all laws concerning education issued during these months.

In Rome on Friday marched 500.000 people, during the protest parliament was put under siege, Italian students held sit-ins and demonstration in front of Italian embassies in London, Berlin, Paris, Madrid, Granada, Valencia, Lyon, Wien, Brussels, Copenhagen and Amsterdam.

Around 30 Italian students demonstrated also in Istanbul in front of Italian consulate in Beyoğlu, three of the protester met the Consul Stefano Canzio who sent a fax to Italian Education Ministry reporting about student the protest.

Italian student movement calls itself "the anomalous wave" to underline its self-organized nature and its independence from political parties. The wave untill now, doesn’t stop to grow.(AT/EÜ)

L'Istanbul degli esclusi

Left, 19 Dicembre 2008

Dagli anni Quaranta è sempre stato il rifugio
degli emarginati: poveri, immigrati, rom,
travestiti e transessuali. Oggi un accordo
tra Comune e compagnie immobiliari vuole
riqualificare il quartiere di Tarlabasi. E per chi
rifiuta c’è l’esproprio testo e foto di Alberto Tetta

Per leggere il reportage in formato pdf clicca qui

Il programma oil for no food

Left, 6 Luglio 2007

(reportage realizzato grazie alle traduzioni di Alberto Tetta ed all'assistenza di F. K.)

L'oleodotto Baku-Tiblisi-Ceyhan è ormai un fatto incontestabile. Ma Taner Tayyip, avvocaticchio di Ardahan, diecimila abitanti e venticinquemila soldati, è un uomo troppo educato per liquidare così i suoi ospiti. E poi è paziente. Quindi ricomincia: l'esproprio è legale e la Turchia ha bisogno di petrolio. E di gas. Come l'Italia, che vi ha partecipato, la Francia, l'Inghilterra, Israele. Come l'America, che da anni voleva pacificare la regione. “Gli attivisti occidentali hanno sempre un aproccio ideologico quando si tratta di infrastrutture e petrolio. Non capiscono che per la Turchia è una grande opportunià.” E alla domanda sul come sia stato possibile che 4 milioni di euro di fondi pubblici per lo sviluppo venissero versati ad una compagnia petrolifera privata per strappare la terra a centinaia di montanari nullatenenti, è l'interprete ad alzare le braccia: si rifiuta di tradurre ulteriori polemiche. Cordiale, l'avvocato accompagna tutti. Sorride e inclina la testa. Non se ne vedono spesso di stranieri in Caucaso.

Passata Kars c'è ancora la neve. Scende in arabeschi dai crinali, si aggrappa a macchia di leopardo sull'altopiano. Salendo le verso il confine con Georgia ed Armenia non c'è altro che quello. Le poche case portano il marchio degli ultimi terremoti, degli scontri fra esercito ed indipendentisti curdi, o semplicemente dell'abbandono. Un tempo, Kars fu la roccaforte armena del Caucaso settentrionale, contesa fra Turchia e Russia quando si trattò di tracciare i confini con l'Unione sovietica. Oggi, chi può se ne va con la prima corriera e chi rimane vive con niente: gli ortaggi del campo, il bestiame. La terra è fertile, le risorse non mancano e l'acqua abbonda. Nei villaggi che da Kars vanno verso il paesino di Ardahan e la Georgia, basterebbero poche migliaia di euro per fare arrivare l'acqua nelle case, basterebbe una decente strada per facilitare il commercio, basterebbe un ospedale. Ma non arriva niente: l'Europa non supera Istanbul, e anche la Turchia sembra fermarsi ad Erzurum. Come l'autostrada: quello che ne rimane, per andare a Kars, è un'esperienza infernale di curve strettissime, ciottoli, strapiombi vetiginosi, ruote bucate. Di macchine non ne viaggiano.

Tuttavia c'è qualcuno che un giorno ha sfidato le gole, il vento e la polvere di questo altopiano inaccessibile. Qualcuno che del Caucaso aveva talmente bisogno da girarlo villaggio per villaggio: lo zio d'America. O meglio, per gli abitanti della zona, l'“Uomo della Betecé” . È spuntato dal nulla nel 2003 forte del progetto della British Petroleum, dei tubi dell'impresa di costruzione turca Botas, ma soprattutto dei fondi della Comunità europea e del permesso turco. Incondizionato.

A Gobanli, villaggio curdo poco distante da Ardahan, dove la moschea è l'unico edificio in cemento, l'uomo della Betecè se lo ricordano tutti molto bene: “Sembrava una persona rispettabile. Ben vestito, poi”. Grossa macchina, grosso sorriso e milioni di promesse: lavoro, trattori per coltivare, infrastrutture, finanziamenti per formare cooperative agricole. Ai contadini di Gobanli brillano ancora gli occhi quando parano dell'asfalto: “Ci aveva promesso pure una strada nera, una di quelle vere, lisce. Parlava di questo oleodotto, diceva che avrebbe portato soldi a tutti se firmavamo per farlo passare dai nostri campi.” e tutti hanno firmato. Oggi, a un anno dall'inaugurazione, l'oleodotto passa a ridosso delle case di Gobanli. Una lunga striscia di terra dall'aspetto sbruciacchiato, circondata soltanto da detriti e pietre. Non ci cresce neanche l'erba. Una processione di anziani di Gobanli la mostra, presto raggiunta da una scolaresca urlante: stanno tornando i bambini del villaggio.Tutti i giorni percorrono a piedi i quattro o cinque km verso la scuola più vicina. I più grandi tengono per mano i piccoli, e così via andata e ritorno. Ci sono pochissime scuole in Caucaso e nei villaggi più lontani le famiglie devono accollarsi l'onere di noleggiare macchine comuni, col problema dell'assenza di strade e della neve che si scioglie soltanto a maggio. Anche scuole aveva promesso, lo zio d'America.”Si, scuole. E noi a crederci. Poi sono arrivati i trattori a bloccarci il passaggio. Per due anni non abbiamo potuto coltivare. Allora abbiamo chiesto di poter lavorare all'oleodotto, per sopravvivere. Ma i curdi non li volevano. E dopo, anche gli animali hanno cominciato a morire.” In caucaso, le poche bestie smagrite e barcollanti sono tutto: la lana per l'inverno, la pelle da vendere, lo yoghurt da mangiare, lo sterco per costruire i mattoni. “Cadevano negli scavi, la Botas li ha lasciati aperti per mesi anche dopo la fine dei lavori. Credo che ciascunodi noi, da questo oleodotto, abbia avuto danni per...non so, 600 euro. Forse anche di più.” Ma al villaggio nessuno si è ribellato? La domanda sembra persino imbarazzarli. Avevamo firmato, spiegano. E qualcuno aggiunge: “è che noi ci credevamo”.

Proseguendo lungo l'oleodotto il mosaico di villaggi azeri, curdi, alevi e turchi è un calvario di lamentele e indigenza. Ovunque lo Zio d'america sembra essersene sparito da un giorno all'altro, lasciando prima gli scavi aperti, poi i campi incoltivabili.

“Aveva promesso di rimborsarci il terreno e lasciarci il campo dopo i lavori, di dissodarlo di nuovo, senza lasciarci neanche una pietruzza”, raccontano nel villaggio turco di Kartal Pinar, subito all'uscita di Ardahan. È la discarica abusiva di Ardahan: la valle è punteggiata di sacchetti di immondizia, in mezzo ai quali il bestiame mangia e i bambini giocano. Qui, l'attento uomo della BTC è passato promettendo un sistema di canalizzazione e fognature per tutte le case. Mai realizzato. Almeno agli abitanti di Kartal Pinar è stato permesso di lavorare: “Il lavoro era al minimo, qualche centinaio di lire al mese. Ma non era duro: facevamo la guardia, 12 ore al giorno, alle pompe dell'oleodotto. Contro i curdi. L'impresa dell'oleodotto ha paura degli attentati del PKK.” Gli indipendentisti del PKK in Caucaso ci vengono soltanto d'estate per via delle condizioni climatiche. Arrivano dal sud, oppure sonoi ragazzi dei villaggi locali che, a fronte delle repressioni per chi fa politica, lasciano tutto e se ne vanno sui monti. Nel governo turco, costretto a rimborsare la British Petroleum in caso di danno, è forte l'apprensione per un sabotaggio da parte del PKK. “Sì, un lavoro meglio che niente.”, continuano a Kartal Pinar “Solo che ci hanno licenziati dopo due mesi, senza spiegazioni. E due mesi non sono niente. Adesso abbiamo quelle terre inutilizzabili. Neanche il trattore ci passa. Uno di noi ha perso 700 euro fra terreno e bestiame; gliene hanno ridati 8. Ma il mukhtar, il nostro capovillaggio, ci ha obbligati a firmare e starezitti.”

Ali Gocpe, no. Lui non ha firmato. È stato l'unico, nel suo villaggio. La terra gliel'hanno portata via lo stesso . Oggi, dopo aver tentato un ricorso presso la giustizia turca, sta facendo appello alla corte europea. Nel suo bar di lamiere ed assi di legno, tappezzato di piccole frasi e poesie in curdo, Ali serve il thè su tovaglie di giornali vecchi, abbassa la televisione, e chiarisce: “Non lo faccio per la terra. È che voglio giustizia. Qui la gente non ha niente, le famiglie devono sfamare 4 o cinque figli, devono anche pagare il prezzo per un oleodotto che arricchisce lo stato e la British Petroleum? Poi però vengono a parlarci di cittadinanza, a dirci che noi curdi non siamo fedeli alla repubblica Turca.” . Ali si dice pronto, nel caso l'istanza venga accettata, a coprirne – in qualche modo – tutte le spese. Sulla porta dichiara fiducioso il nome del suo avvocato: proprio Taner Erdogan, l'entusiasta del BTC. C'è molta disinformazione nei villaggi sui possibili ricorsi legali: la frammentazione etnica, l'analfabetiso, le difficoltà di spostamento. Girano voci, la più frequente parla di gente che ha fatto causa e si è ritrovata sotto accusa per andare contro gli interessi nazionali. E gli altri si arrendono. “In realtà, ci sono state almeno 30 richieste presso il Tribunale europeo . Solo che nessuna è stata accolta”.Ferhat, turco, attivista di sinistra, di processi in corso ne ha una collezione. Rischia almeno otto anni di carcere. Nel 2003 la repressione della gendarmerie turca intorno al BTC fu molto dura, con arresti sommari e delegazioni italiane ed inglesi boicottate senza che neanche alle rispettive ambasciate fosse permesso di contattarle. Per Ferhat, fra leaccuse spicca un “Sabotaggio degli interessi energetici della repubblica turca”: ha passato gli anni della costruzione del BTC a girare i villaggi mostrandone i disagi agli stranieri, cercando di convincere i contadini a coalizzarsi e protestare, scuotendo l'opinione pubblica europea perchè gli accordi sui rimborsi venissero rispettati. Non facile, attirare l'attenzione sul Caucaso turco. Adesso la sua speranza è che la BTC possa essere costretta ad un rimborso più consistente, che permetta di costruire un sistema di acqua potabile nei villaggi, una scuola, un ospedale, qualcosa. “Di rimborsi ne sono stati stanziati, eccome.” apre e mostra il menù del bar in cui siede ”più o meno...no, neanche una tazza di thè il metro quadro: meno di 50 centesimi”. Ride. Benchè Ferhat sospetti degli intermediari, dei capi villaggio e del sindaco di Kars, che per favorire i lavori e tener buona la popolazione avrebbero avuto forti tangenti, ammette che il sistema dei rimborsi è stato piuttosto trasparente. E paradossale: le “tazze di thé” sono state stanziate in conti in banca personali. Dunque anziani semianalfabeti, scollegati dal mondo intero, si sarebbero dovuti recare fino al paese più vicino ed aprirsi conti per rimborsi di 8-9 euro. Una somma con la quale si paga a malapena il viaggio fino a Kars.

Reza, lui l'ha avuto il rimborso; 100 euro per 20 metriquadri di campo. Non molto, rispetto a quanto pattuito. Ma meglio di niente. Finchè un giorno è arrivato il gasdotto, il Baku-Tiblisi-Erzurum, a doppiare l'oleodotto. Da un giorno all'altro, Reza ha perso l'accesso al pezzo di campo che gli restava. Oggi, delle grandi opportunità della Turchia non lo interessano: “che mi importa di dove va quel petrolio? A me avevano promesso l'acqua corrente in casa!”, sbuffa incrociando due donne che portano sulle spalle l'acqua del pozzo più vicino. Reza è un alevi, come tutto il villaggio di Derekoy. Gli alevi sono un'antica setta sciita che conta adepti sia fra i turchi che fra i curdi. Non hanno imam né moschea e non credono nella Shari'a, perchè l'uomo che ha bisogno di regole religiose è spiritualmente immaturo; per la loro impostazione universalista sono da sempre lo zoccolo duro della sinistra radicale turca, oggetto di dure persecuzioni.

Reza non se ne fa una ragione. Nella sua casetta di sterco, disegna sul quaderno il campo rubato, traccia l'oleodotto, poi il gasdotto.“Ci abbiamo creduto fino in fondo a quelle promesse. Non abbiamo niente qui. A che serviva ribellarsi? In questo paese non puoi dire niente. Noi alevi non abbiamo neanche rappresentanza in prlamento, muoriamo a centinaia nei loro pogrom eppure ancora non se ne parla. Dov'è la democrazia? Continuano a costruire moschee quando abbiamo bisogno di ospedali, di scuole, di diritti. Ma in turchia i diritti ci sono soltanto per gli alberi. Quelli, anche se gli spari non muoiono. Qua stai bene se non pensi, se non fai politica”. Reza torna sul campo, indica la finestra, poi prende le sue foto di Che Guevara e le fa vedere una ad una, le ripone, dice che è un problema di classe, di poveri schiacciati dalle esigenze del capitale. Poi ci ripensa, scrive qualcosa e lo mostra: “L'uomo che può vedere con i suoi occhi non teme le manette”

Fuori, il vento ruvido del Caucaso batte i campi. La polvere lascia appena intravvedere le due vene d'acciaio che marchiano l'altopiano, l'oleodotto ed il gasdotto. Le due grandi opportunità regalate ai montanari del Caucaso.


le aree di libera schiavitù

Left, 6 luglio 2007

di alberto tetta

Durante un seminario ad Adana il vicepresidente dell’Autorità Statale per le Privatizzazioni (OIC), Osman Demirci, affermava soddisfatto: “secondo i dati della Banca Mondiale, la Turchia, negli ultimi quattro anni risulta il primo Paese al mondo in quanto a privatizzazioni” e che “ i capitali esteri sono ben accetti in Turchia in tutti i settori”.

In seguito all'ultimo colpo di stato militare degli anni '80, secondo il principio “rendiamo la Turchia una piccola America”, per favorire l’entrata di tali capitali stranieri sono state costitutite estese aree industriali in Turchia che godono del principio di extraterritorialità: le Aree di Libero Scambio. L'oledotto Bak-Tiblisi-Ceyhan ne è soltanto una variante. Nelle aree di libero scambio è proibita l’organizzazione sindacale, la merce ed i capitali sono esentasse, i turchi ci entrano col passaporto e le dispute vengono risolte da un Consiglio autonomo. Affittare un capannone per 99 anni può costare appena 250 000 dollari. Create nel 1987, oggi di tali zone-fantasma ve ne sono almeno diciannove, distibuite omogeneamente su tutto il territorio turco. Il governo liberista del premier Erdo ğan e la TÜSİAD, la confindustria turca, le difendono sostenendo che creano posti di lavoro e favoriscono lo sviluppo industriale nazionale attraverso la penetrazione di capitale straniero, i sindacati come la DİSK (Confederazione Progressista dei Sindacati Operai) le considerano invece non-lughi di pesante sfruttamento . La maggior parte delle imprese coinvolte sono europee (almeno14 italiane) e americane; hanno delocalizzato la produzione in Turchia alla fine degli anni novanta, attirate dalla possibilità di utilizzare una manodopera a meno di nove euro al giorno, o di stoccare merce e capitali esentasse. Nell'infinito dibattito sull'ingresso turco nella comunità europea, il nodo sulle aree di libero scambio potrebbe rivelarsi insuperabile: il diritto comunitario ne vieterebbe l'esistenza, ma che dire di tutte le imprese europee che da vent'anni ci fanno affari?