venerdì 25 settembre 2009

Condannati a morte, 25/09/09, Osservatorio Balcani

Da Ankara, scrive Alberto Tetta

(Foto Urban Young Jao, Flickr)
La situazione dei prigionieri politici nelle carceri turche. I casi di Güler Zere e Erol Zavar, in pericolo di vita. Le voci di famigliari ed avvocati, la mobilitazione della società civile per la loro liberazione
Güler Zere ha 37 anni. Da quando ne ha 22 si trova in carcere perché militante del marxista Partito Rivoluzionario per la Liberazione del Popolo-Fronte (DHKP-C), illegale in Turchia. Nel febbraio 2009 le è stato diagnosticato un tumore maligno alla pelle. L'11 marzo 2009 il suo avvocato, Oya Aslan, ha presentato una domanda di sospensione della pena alla Procura della Repubblica di Adana, affinché la Zere possa essere curata in un ospedale civile. Dopo cinque mesi l'Alto Istituto di Medicina non si è ancora espresso sul caso della detenuta, le cui condizioni di salute nel frattempo sono peggiorate. Secondo i medici che la seguono, anche se la Zere fosse curata in un ospedale civile le possibilità che possa sopravvivere sono solo del 30 per cento.

In questi mesi più di sessanta organizzazioni tra cui l'Associazione per i Diritti Umani, l'Ufficio Legale Popolare e la Fondazione Turca per i Diritti Umani hanno dato vita ad una campagna per la liberazione di Güler Zere. In tutto il Paese sono state organizzate manifestazioni e iniziative pubbliche. L'avvocato della Zere, intervistata da Osservatorio Balcani e Caucaso, ha ripercorso le tappe della mobilitazione:

Vai al sito della campagna per la liberazione di Güler Zere
“Abbiamo messo inserzioni sui giornali, organizzato volantinaggi, organizzato manifestazioni e conferenze stampa pubbliche in tutto il Paese. I familiari e gli amici si sono accampati davanti all'Ospedale Universitario di Çukurova, abbiamo iniziato un presidio permanente davanti alla sede dell'Alto Istituto di Medicina. I giornali hanno pubblicato un appello firmato da intellettuali e artisti. Stiamo inviando al ministero della Giustizia fax di protesta. Abbiamo incontrato un gran numero di parlamentari che ci appoggiano. Abbiamo manifestato davanti al Parlamento. Ogni venerdì manifestiamo per le strade di Istanbul.”

Nonostante la mobilitazione, però, nessun organismo ufficiale ha ancora preso posizione e Güler Zere peggiora.

Il 7 settembre il deputato del partito Repubblicano del Popolo Malik Ecder Özdemir, membro della Commissione Parlamentare Investigativa sui Diritti Umani, ha inviato una lettera al presidente della Repubblica Abdullah Gül affinché conceda la grazia alla Zere viste le sue gravi condizioni di salute. Per ora Gül tace.

La condizione di Güler Zere è molto simile a quella di un altro detenuto: Erol Zavar.

Zavar si trova in carcere dal 2001 dopo essere stato condannato per “aver tentato di sovvertire l’ordine costituzionale dello Stato” in quanto caporedattore del mensile indipendente Odak, vicino a diversi gruppi marxisti illegali. Ad Ankara la moglie Elif ci ha raccontato la storia del marito e la lotta per la sua liberazione che sta conducendo con l'appoggio dell'Associazione per i Diritti Umani:

“Nel settembre del 1999 Erol è stato operato per la prima volta per un cancro al sistema urinario. I medici erano ottimisti, secondo i controlli trimestrali le sue condizioni erano in via di miglioramento. Nel gennaio del 2001, però, è stato arrestato e da allora è detenuto nel carcere di tipo F di Sincan nei pressi di Ankara. Dopo il suo arresto abbiamo subito fatto presente alla direzione del carcere che Erol era malato e che doveva sottoporsi a controlli trimestrali. Tuttavia con diversi pretesti, per esempio che avevano perso i referti che gli avevamo consegnato, non gli hanno consentito di uscire dal carcere per essere visitato fino al febbraio 2004 quando, in seguito a più di due anni di proteste e al peggioramento delle sue condizioni di salute, è stato trasferito all'ospedale di Edirne, dove hanno scoperto che il tumore diagnosticatogli nel 1999 era peggiorato. Il 17 febbraio è stato operato una seconda volta. Da allora le condizioni di mio marito sono peggiorate ulteriormente, ad oggi è stato sottoposto a 18 operazioni, una ogni tre mesi. Dopo ogni intervento viene ricondotto in cella di isolamento. Questo trattamento non è umano, la sua pena dev'essere sospesa.”

Vai al sito della campagna per la liberazione di Erol Zavar
Molte associazioni e gruppi si sono mobilitati in questi anni per chiedere la liberazione di Erol Zavar. Tra gli altri la Fondazione Turca per i Diritti Umani, la Federazione Internazionale per i Diritti Umani, l'Ordine dei Medici di Ankara, l'Ufficio di Ankara dell'Associazione per i Diritti Umani. Il 3 agosto, durante una conferenza stampa a Istanbul, anche l'Unione dei Medici Turchi si è appellata al presidente Gül perché conceda la grazia a Zavar. Dal 16 al 20 agosto i membri del Coordinamento per il Diritto alla Vita di Erol Zavar hanno promosso uno sciopero della fame per chiedere la liberazione di tutti i detenuti malati in pericolo di vita.

Quelli di Güler Zere e di Erol Zavar non sono casi isolati in Turchia. Secondo l'Ufficio Legale Popolare sono 20, ad oggi, i detenuti gravemente malati in pericolo di vita, molti dei quali hanno il cancro. Quest'anno sette detenuti sono morti in carcere a causa di malattie gravi. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, inoltre, stimano che tra il 2000 e il 2009 siano stati 306 i detenuti morti in carcere.

Il Codice Penale Turco e la legge 5275 prevedono che il Pubblico Ministero possa decidere per la scarcerazione temporanea di un detenuto malato se le sue condizioni di salute sono gravi. In pratica, però, è molto difficile che questo avvenga perché l'Alto Istituto di Medicina, l'organismo che redige i rapporti medici di cui si servono i Pubblici Ministeri, in questi anni si è espresso a favore della scarcerazione dei detenuti malati molto di rado.

L'Associazione Contemporanea dei Giuristi denuncia da tempo la “parzialità e la superficialità” dei referti redatti dall'Alto Istituto di Medicina. In particolare, a preoccupare l'associazione, è proprio l'operato del III Consiglio Specialistico dell'Alto Istituto, quello incaricato di valutare le domande di sospensione della pena dei detenuti malati, e della sua presidente Nur Birgen.

La Birgen, infatti, è stata al centro di molti scandali che hanno coinvolto l'Alto Istituto di Medicina. Nel 1995 l'Ordine dei Medici decise di radiarla poiché aveva firmato un referto secondo il quale sette persone che erano state vittima di tortura presentavano semplicemente “ecchimosi”, “abrasioni” e “eritemi”. In seguito il suo ricorso venne accolto dal tribunale, che ordinò il suo reintegro nell'Ordine. La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, durante le indagini sulla repressione della rivolta nelle carceri del 1999, definì i rapporti dell'Alto Istituto di Medicina come “parziali e inattendibili”. Infine, nel 2001, la Birgen ha sottoscritto un referto secondo il quale l'ex direttore dei servizi segreti turchi, İbrahim Şahin, condannato nell'ambito del processo Susurluk e ora accusato di essere tra le menti del organizzazione Ergenekon, era affetto da “amnesia”. In base a questo referto, Şahin venne graziato dall'allora presidente della Repubblica Ahmet Necdet Sezer.

Il presidente della Repubblica Abdullah Gül ha deciso il 20 luglio scorso di istituire una commissione di inchiesta sul lavoro dell'Alto Istituto di Medicina, che analizzerà i referti redatti tra 2007 e il 2009. Questo è certo un passo avanti. Per Güler Zere, Erol Zavar e gli altri detenuti gravemente malati potrebbe però già essere troppo tardi.

martedì 25 agosto 2009

Al Bivio, 25/08/2009, Osservatorio Balcani

Al bivio

25.08.2009

Il ponte di Galata, Istanbul (Foto svenwerk, Flickr)
Fine della guerra contro i curdi e condanna dei vertici dell'organizzazione terroristica Ergenekon: la proposta di Ahmet Altan, direttore del quotidiano turco Taraf, per il futuro della Turchia. Nostra traduzione
Di Ahmet Altan, Taraf, 6 agosto 2008 (titolo orig.: “Çarpaz”)

Cosa vuole [il leader del Partito Repubblicano del Popolo] Deniz Baykal? Che le indagini su Ergenekon si fermino e che la guerra con i Curdi prosegua. Cosa vogliamo noi? Che continuino le indagini su Ergenekon e che la guerra con i Curdi abbia fine.

Su queste due importanti questioni abbiamo due approcci diametralmente opposti. E non è un caso. Questi due problemi, infatti, sono le due facce della stessa medaglia.

Secondo quelli che dicono: “Che continui la guerra! Che si fermi il processo!”, c'è bisogno di un'organizzazione come Ergenekon e di un clima da guerra civile perché il modello di Turchia che hanno nella loro testa continui ad essere egemone. La guerra civile permette all’esercito di continuare a dettare l’agenda politica del paese. L’esercito rimarrà sulla scena fino a quando la guerra continuerà. Allo stesso modo anche l’azione della banda Ergenekon, con i suoi omicidi e le sue provocazioni, è una garanzia che la guerra andrà avanti. Quindi, coloro che vogliono una ‘politica militarizzata’ hanno bisogno di Ergenekon e della guerra.

Per quelli che vogliono una democrazia dove i militari restino in caserma e sia la volontà popolare a dominare, è valido il contrario. La guerra deve finire affinché il processo di democratizzazione prosegua e, allo stesso tempo, l’organizzazione che alimenta il clima da guerra civile deve essere neutralizzata.

In realtà non è la prima volta che, nel nostro paese, queste due posizioni si scontrano. Per anni i guerrafondai e i sostenitori di Ergenekon sono stati al comando. Quello che gli dava forza era l'agire ‘da dentro lo Stato’. Quando leggiamo sui giornali i nomi degli imputati di Ergenekon, infatti, troviamo molte persone che hanno sempre avuto in mano le redini del potere. A parte gli imputati noti, pensate a quanti militanti di Ergenekon non sono ancora stati arrestati. In passato la congiuntura mondiale ha dato una mano ai guerrafondai e ai sostenitori di Ergenekon. Ma ora siamo entrati in una nuova epoca, un'epoca di cambiamento. E' evidente come questo processo di cambiamento significhi progresso per tutti.

Il processo Ergenekon continua… Allo stesso tempo, sono state poste le premesse per la fine della guerra. Ora ‘dentro lo Stato’ sono maggioranza coloro che vogliono la pace e uno stato di diritto. Anche la congiuntura mondiale è cambiata. Quanti gridano: “Non toccate Ergenekon, che la guerra prosegua!” non hanno il sostegno dell'opinione pubblica che si aspettavano. Questo mostra quanto le cose stiano cambiando.

Stiamo entrando in un'epoca in cui la pace sarà un vantaggio per tutti. Per progettare oleodotti, pianificare un uso condiviso delle risorse idriche, affinché i soldi circolino con velocità sulla superficie terrestre è necessario un mondo senza guerre. Condividere ricchezza comporta che tutti accettiamo la nostra condizione di reciproca interdipendenza. Una guerra civile nella regione dove passa l’oleodotto Nabucco acquista importanza anche per un cittadino europeo. Perché investitori turchi e curdo-iracheni stringano relazioni commerciali è necessario che l’area sia sicura e pacificata. Per questo motivo i sostenitori della pace aumentano di giorno in giorno. La fine della guerra dipende oltre che dalla nostra buona volontà anche dalla percezione da parte dei cittadini che pace significa anche ricchezza. Questo è uno dei principali motivi per cui i sostenitori della guerra diminuiscono sempre più.

I legali di Ergenekon hanno compreso che la condanna dei loro assistiti è solo una questione di tempo. E' stato possibile portare davanti al banco degli imputati persone che prima si consideravano intoccabili. Coloro che hanno una coscienza civica, quelli che tengono alla vita dei bambini, cosi come i sostenitori del processo di democratizzazione, in questo momento, hanno tutte le ragioni per essere fiduciosi e ottimisti.

La Turchia sta per entrare nella comunità mondiale e nell'età moderna. La guerra finirà. I crimini di Ergenekon verranno puniti. Si prenderanno i provvedimenti opportuni affinché la guerra termini e perché non sia più possibile creare organizzazioni simili a Ergenekon. Anche la costituzione verrà modificata.

Naturalmente questi cambiamenti non saranno indolori. I guerrafondai daranno battaglia fino a quando non saranno definitivamente sconfitti. Per non perdere la pozione di comando a cui erano abituati sono disposti a fare di tutto. Sentono che stanno perdendo potere per questo motivo si comportano così. L'intero sistema sta cambiando.

E' evidente che ci sono infiltrati di Ergenekon anche tra i giudici e i pubblici ministeri. Le hanno provate tutte, quelli dell'Alto Consiglio del Magistrati, pur di far trasferire i pubblici ministeri di Ergenekon. Non ce l'hanno fatta. Non ce la faranno. Non si sono ancora resi conto che la situazione è cambiata. E questa cecità è la loro più grande debolezza. Ora, di conseguenza, anche le propaggini mediatiche di Ergenekon appaiono deboli.

La vita ha un lato inevitabile, coloro che non comprendono che le cose cambiano sono destinati a soccombere. Stiamo vivendo un periodo tempestoso, ma incredibilmente positivo. La Turchia sta per divenire un paese ricco, sereno, sicuro, dove si prende seriamente la giustizia, dove regna la pace.

Ignorate coloro che vi danno dei traditori e allo stesso tempo si strappano le vesti davanti agli “avvocati di Ergenekon”. Loro hanno già perso da un bel pezzo. La vita li ha sconfitti.

Traduzione per Osservatorio Balcani e Caucaso: Alberto Tetta

martedì 18 agosto 2009

La terza fase, 18.08.09, Osservatorio Balcani

18.08.2009 Da Istanbul, scrive Alberto Tetta

(Foto Melody, Flickr)
I fatti e gli imputati a giudizio nella terza fase del processo Ergenekon. La ricostruzione degli anni del terrore in Turchia, dalla strage degli aleviti a Sivas fino all'omicidio Dink. La requisitoria del pubblico ministero e il calendario delle prossime udienze
Nonostante il caldo torrido e il clima vacanziero, si sta concludendo in Turchia la fase investigativa del maxi-processo “Ergenekon”, un processo che, secondo molti osservatori, aprirà una nuova epoca nella storia della Repubblica. Centinaia di imputati di alto livello, tra cui professori universitari, alte cariche dell'esercito, ex-leaders dei servizi segreti e delle forze dell'ordine, sono accusati di essere membri di un'organizzazione eversiva responsabile delle maggiori stragi e omicidi politici degli ultimi decenni.

La nuova fase del processo

Il 5 agosto la Procura di Istanbul ha dato il via alla terza fase del processo ai militanti di “Ergenekon”, una banda eversiva accusata di voler rovesciare il governo attraverso un colpo di stato. Il nome della banda richiama la mitica località tra i monti Altay che sarebbe, secondo la mitologia turca, ancestrale terra d'origine dei paleo-turchi.

Nella richiesta di rinvio a giudizio di 1.454 pagine, redatta dal Pubblico ministero Mehmet Ali Pekgüzel, si descrive come la banda avesse dettagliatamente pianificato diversi attentati a personaggi di spicco del mondo politico turco, magistrati e leaders delle minoranze religiose.

La nuova fase del processo vede indagate 52 persone, 32 delle quali in stato di arresto. La scoperta della “Gladio Turca” è avvenuta in seguito alla scoperta dell'arsenale dell'organizzazione in un appartamento del quartiere istambuliota di Ümraniye, in seguito ad una telefonata anonima alla Questura di Trabzon il 12 luglio 2007. Con gli imputati incriminati il 6 agosto il numero complessivo dei membri dell'organizzazione sotto processo sale a 122, dei quali 117 in stato di detenzione.

Gli imputati di spicco

Molti degli imputati nel processo ad “Ergenekon” sono personaggi di alto profilo. Tra i presunti membri della banda ci sono il presidente di Türk Metal-İş, il più importante sindacato dei metalmeccanici turchi, Mustafa Özbek, Doğu Perinçek, segretario del partito dei Lavoratori, Tuner Kılınç, segretario negli anni novanta del Consiglio per la Sicurezza Nazionale e ispiratore del “colpo di stato postmoderno” del 1997 che costrinse il Primo ministro islamista Necmettin Erbakan a sciogliere il governo, Kemal Gürüz, due volte presidente del Consiglio per l'Educazione Superiore, İbrahim Şahin, capo delle Forze Speciali di Sicurezza coinvolto nello scandalo di Susurluk, che portò alla luce la collaborazione tra governo turco, mafia e organizzazioni paramilitari nella guerra sporca contro il PKK negli anni novanta, i generali in pensione Kemal Yavuz e Erdal Şenel, gli ex-colonnelli Arif Doğan e Hasan Attila Uğur e il capo del Dipartimento Crimine Organizzato Adil Serdar Saçan.

Gli obiettivi della banda

La strage di Sivas, luglio 1993
Secondo gli inquirenti la banda avrebbe architettato molti degli attentati e delle stragi compiute negli ultimi anni. Sarebbe di Ergenekon la regia del massacro di 33 intellettuali aleviti uccisi durante una riunione a Sivas nel 1993. La stessa organizzazione eversiva avrebbe pianificato e compiuto l'attacco dinamitardo contro la sede del quotidiano Cumhuriyet e l'assassinio del magistrato della Corte Costituzionale Mustafa Yücel Özbilgin nel 2005. Lo scopo di questi attentati sarebbe stato quello di creare un clima di instabilità nel paese che avrebbe reso accettabile, da parte dell'opinione pubblica, l'idea di un colpo di stato contro il governo del partito della Giustizia e dello Sviluppo del Primo ministro Erdoğan, colpo di stato che avrebbero dovuto portare a termine entro il 2009.

La banda aveva pianificato nel minimo dettaglio l'assassinio dello scrittore Orhan Pamuk, del capo di Stato Maggiore Yaşar Büyükanıt, del segretario del pro-curdo partito della Società Democratica Ahmet Türk, del sindaco di Diyarbakır Osman Baydemıir, della parlamentare curda Sebahat Tüncel. Anche i leder delle associazioni alevite Ali Bakız e Kazım Genç erano nel mirino di Ergenekon, come anche il Patriarca Armeno Merob II Mutafyan. In merito a quest'ultimo, nell'abitazione dell'imputato Ibrahim Şahin sono state trovate delle carte dove l'attentato veniva spiegato in maniera dettagliata con tanto di mappe del Patriarcato Armeno ad Istanbul e note sulla scorta del leader religioso. Il manoscritto riportava persino i nomi del membri del comando incaricato di eliminare Mutafyan.

Lo “stato profondo”

Manifestazione in ricordo di Hrant Dink, Yerevan (Foto Onnik Krikorian/Oneworld Multimedia 2007)
Sebbene sia ormai chiaro che Ergenekon ha avuto un ruolo di primo piano nell'organizzazione degli attentati di cui si parla nella richiesta di rinvio a giudizio presentata il 6 agosto, man mano che le indagini proseguono emerge chiaramente come molti degli imputati siano coinvolti nella pianificazione di altri attentati, come l'assassinio del giornalista armeno Hrant Dink o l'attacco dinamitardo nel novembre 2005 alla libreria di un ex-militante del PKK a Şemdinli, località nella provincia di Hakkari nel Sud Est curdo. Gli esecutori materiali dell'attentato sono due membri delle forze di sicurezza in borghese, bloccati dai passanti e consegnati alle forze dell'ordine.

L'udienza preliminare del 6 agosto si è conclusa con l'accoglimento della terza richiesta di rinvio a giudizio. Il giudice ha deciso, inoltre, che gli imputati della seconda e della terza fase del processo saranno giudicati in un unico procedimento.
La prossima udienza è stata fissata per il sette settembre. Secondo il giornale Günlük, però, i Pubblici ministeri, vista l'ampiezza del campo d'azione dell'organizzazione, saranno costretti a presentare una quarta richiesta di rinvio a giudizio e il numero degli imputati crescerà ancora. Secondo lo stesso giornale gli inquirenti sarebbero ancora lontani dall'aver decifrato completamente il piano della banda e gli atti criminosi di cui sarebbe responsabile. Nel frattempo, però, nonostante la canicola agostana, le indagini proseguono. Questo maxi-processo sta mostrando come anche i più fantasiosi teorici del complotto in realtà avessero visto giusto, e le trame segrete di quello che in Turchia è definito da molti lo “stato profondo” stanno cominciando pian piano ad affiorare.

mercoledì 8 luglio 2009

Verso Yerevan

Osservatorio Balcani, 08.07.2009 Da Yerevan, scrive Alberto Tetta

Municipio di Yerevan (A. Tetta)
Ore e ore di viaggio in autobus, da Iğdır passando per Tbilisi fino a raggiungere Yerevan. Le difficili comunicazioni e la chiusura dei confini che permea la quotidianità della gente. Seconda parte del nostro reportage ai confini tra Armenia e Turchia
Prima parte: Igdir, corridoio verso la pace


Per arrivare in Armenia da Iğdır via terra l'unica soluzione praticabile è aggirare il confine passando per la Georgia, il posto di frontıera più vicino è quello di Türkgözü nella provincia di Ardahan, nonostante questo sia poco utilizzato. Il pullman per Tbilisi è praticamente vuoto e quasi tutti i passeggeri scendono prima del confine georgiano.

A Posof, cittadina a 10 chilometri da Türkgözü le diverse compagnie fanno salire i pochi passeggeri rimasti diretti in Georgia su un unico pullman. Il posto di confine più utilizzato è più a nord ad Hopa sul Mar Nero, la maggior parte delle merci e dei turisti diretti a Batumi passano da lì.

La ventina di aziende che commerciano tra Armenia e Turchia oggi sono costrette a far passare le merci attraverso la Georgia o l'Iran per aggirare il confine chiuso, il che implica un alto costo di trasporto. Inoltre le compagnie turche hanno più volte denunciato che i camion carichi di merci sono costretti a sostare molte ore presso il confine, visto che la polizia di frontiera georgiana spesso pretende il pagamento di tangenti e la dogana di Hopa è quasi ogni giorno intasata a causa dell’eccessivo traffico di veicoli pubblici e privati, dovuto alla mancanza di alternative per chi vuole spostarsi tra il Caucaso e la Turchia.

Nonostante queste difficoltà negli ultimi anni il valore delle merci importate ed esportate tra i due paesi è aumentato esponenzialmente passando dai 30 milioni di dollari del 1997 ai 130 del 2007. Secondo una stima del Consiglio Turco-Armeno per lo sviluppo delle relazioni commerciali (TABC), se il confine tra Turchia e Armenia venisse aperto, il valore annuale delle merci che transitano tra i due paesi raddoppierebbe arrivando a 300 milioni di dollari.

Dopo aver attraversato il posto di frontiera di Türkgözü fino a Akhaltsikhe il pullman procede a passo d'uomo percorrendo una strada sterrata, dopo dieci ore di viaggio ecco Tbilisi, da dove partono diversi minibus per Yerevan. Il viaggio dura circa sei ore. Sul minibus incontriamo Ada che ci racconta la sua storia “ho lavorato come cameriera a Fethiye in Turchia, in due mesi ho imparato il turco, ho trovato lavoro perché parlo bene inglese e russo, non ho mai avuto problemi con i turchi, sono gente cordiale.” Dopo qualche minuto la conversazione si interrompe, tutti i passeggeri del minibus ci guardano incuriositi, non è comune sentire una ragazza armena e uno straniero conversare in turco a pochi chilometri da Yerevan.

Yerevan è senza dubbio la più sovietica delle capitali caucasiche. Infatti dopo la nascita della Repubblica Socialista Sovietica di Armenia nel 1920 il famoso architetto armeno Alexander Tamanian trasformò quello che era un piccolo villaggio nella capitale del paese. Allo stesso tempo Yerevan è anche una metropoli naturalmente cosmopolita visto che la città è stata per la maggior parte dei suoi abitanti la meta finale, il rifugio, dopo le deportazioni ottomane. Queste provenienze altre diventano nella toponomastica di Yerevan nomi di quartieri, ricordo della diaspora, e le città turche di Maraş, Malatya, Arapgir diventano Nor Marash, Nor Malatia, Nor Arabkir, Nuova Marash, Nuova Arabkir, Nuova Malatia.

Il centro di Yerevan (A. Tetta)
Artyom e Seda, sua madre, sono arrivati a Yerevan dalla Russia appena prima che scoppiasse la guerra con l'Azerbaijan alla fine degli anni ottanta. Vivono in un palazzo di dodici piani poco distante da Hanrapetutyan Hraparak, la piazza più centrale di Yerevan. “In questo palazzo - racconta Seda - abitano alcuni rifugiati arrivati dall'Iraq, sono scappati dalla seconda guerra del golfo, parlano perfettamente arabo e armeno, ma un armeno differente dal nostro, l'armeno occidentale. Alcuni qui a Yerevan si lamentano dell'arrivo dei rifugiati, è un errore, l'Armenia è la patria di ogni armeno, dobbiamo accogliere tutti.”

“Anche per me è stato difficile adattarmi quando sono arrivata da Vladivostok, sapevo parlare armeno perché lo sentivo in famiglia, ma non ero in grado né di scriverlo e né di leggerlo, se le persone non mi avessero aiutato non ce l'avrei fatta.”

Nell'appartamento di Seda tutto è in ordine, al muro della sala da pranzo sulle pareti ricoperte di tappeti rossi è appeso un kemane (antico strumento musicale) è di suo padre, dalla sua terrazza si vede chiaramente il monte Ararat, sembra che faccia parte della città, che le famiglie ci possano andare a passeggiare la domenica, in realtà per quanto vicino, da anni tra Yerevan e l'Ararat c'è un confine chiuso.

Il monte Ararat visto da Yerevan (A. Tetta)
Artyom, ha 25 anni, è nato a Vladivostok, ma quando aveva quattro anni si è trasferito con la madre Seda in Armenia, dopo gli studi ha trovato lavoro nella filiale di un'importante banca inglese, per quanto riguarda il problema del confine ha le idee chiare: “Certo che vogliamo che il confine venga aperto, la situazione economica in Armenia non ci permette di pensare alla politica, durante la guerra con l'Azerbaijan avevamo l'acqua potabile solo un’ora al giorno e niente elettricità, ora che la guerra è finita abbiamo l'acqua potabile solo dalle sette alle undici di mattina e dalle otto alle undici di sera. Il confine con l'Azerbaijan è chiuso e anche quello con la Turchia, la Georgia ha poche risorse, l'unico paese che ci ha sempre aiutato e a cui dobbiamo essere grati è l'Iran. La situazione però non può andare avanti così, alcuni armeni della diaspora sono contro l'apertura del confine, dicono che fino a quando la Turchia non riconoscerà il genocidio contro di noi non dobbiamo avere relazioni diplomatiche con il nostro vicino, per loro, che vivono in Francia o negli Stati Uniti è facile fare gli intransigenti, noi invece che viviamo qui siamo costretti ad essere realisti”

Artyom la scorsa estate ha deciso di andare in Turchia, da Tblisi ha preso un pullman per Istanbul passando per Trabzon. “Avevo molta paura quando Artyom è partito, non sapevo come l'avrebbero trattato, ma poi mi ha detto che tutto andava per il verso giusto e mi sono tranquillizzata. Mi ha raccontato che i turchi sono gente cordiale e ospitale” racconta Seda mentre il figlio sorride della sua apprensione. “Istanbul è una città magnifica, sono partito da solo e durante il viaggio ho conosciuto molte persone aperte e cordiali. Quando, magari in un bar, saltava fuori la questione del genocidio nessuno mi ha mai attaccato, anzi i turchi cominciavano a discuterne tra loro, questo mi ha fatto molto piacere, vuol dire che non la pensano tutti allo stesso modo”, racconta Artyom

Gyumri è la seconda città dell'Armenia, prima che Yerevan fosse scelta come capitale del paese nel 1920 era considerata la terza città più importante del Caucaso, dopo Tbilisi e Baku. Fino all’aprile del 1993 Gyumri è stato uno degli snodi ferroviari più importanti della regione, poi il confine è stato chiuso e i treni si sono fermati. La stazione ferroviaria del piccolo villaggio di Akhorian si trova a pochi metri dal confine, oggi è una stazione fantasma, pochi vagoni merci arrugginiti stazionano sui binari, la vegetazione ormai ricopre quasi completamente l'edificio della stazione.

Maxim Sarkisyan (A. tetta)
Karine Petrosyan lavora qui, come capo stazione da venticinque anni. “Prima che il confine fosse chiuso - racconta - da questa stazione passavano treni passeggeri tutti i giorni e a giorni alterni treni merci diretti in Turchia, Georgia e Azerbaijan, la riapertura del confine non può che essere un vantaggio per noi, basti pensare che prima del 1993 qui lavoravano quarantacinque persone su due turni, ora siamo in cinque compreso il capostazione, anche per l'Azerbaijan la chiusura del confine è stata un problema infatti da qui passavano quasi ogni giorno treni merci diretti a Baku provenienti dalla Turchia.”

A pochi metri dalla stazione, in una delle piccole case in legno del villaggio di Akhorian, abita Maxim Sarkisyan che ci racconta la sua storia, il padre, è stato l'unico dei suoi sette fratelli a scampare al genocidio, la sua famiglia è originaria di Muş, in Anatolia. “La chiusura del traffico ferroviario è stata una sciagura per l'Armenia, prima ogni giorno arrivavano turisti provenienti dalla Turchia, anche dall'Armenia le persone andavano in Turchia. Per i politici il problema è il riconoscimento del genocidio, anche per noi è così, ma la pace, la libera circolazione delle persone sono prioritari, certo non possiamo dimenticarci del genocidio, ma vogliamo che prima di tutto il confine venga aperto”

Se i rappresentanti diplomatici di Turchia e Armenia decidessero di ascoltare il signor Maxim seduti sulla panca nella veranda della sua casa di legno guardando ai binari arrugginiti di Akhorian, forse darebbero una possibilità alla pace. Per ora però le sirene nazionaliste hanno il sopravvento e i treni invece che trasportare merci e persone rimangono fermi ad arrugginire, a pochi chilometri di distanza da un confine chiuso.

Iğdir, corridoio verso la pace

Iğdir, corridoio verso la pace

Osservatorio Balcani, 25.06.2009 Da Iğdir, scrive Alberto Tetta

Monte Ararat (foto. A. Tetta)
Il confine chiuso. Viaggio verso l'Armenia attraverso la provincia turca di Iğdir, dove il partito filo curdo DTP ha vinto le ultime elezioni con lo slogan “Viva la fratellanza tra i popoli”. Ai piedi del monte Ararat, in attesa di poter incontrare il vicino. Prima parte del nostro reportage
Seconda parte: Verso Yerevan

Solo una manciata di chilometri separano Yerevan da Iğdır, la più orientale delle provincie turche. Nelle nottate senza nuvole, dalle finestre della capitale armena sono ben visibili le luci dei villaggi turchi sul monte Ararat.

Il confine tra Armenia e Turchia, tuttavia, è chiuso dal 1993. Da sedici anni, infatti, in seguito alle misure di ritorsione di Ankara contro l'Armenia per la guerra con l'Azerbaijan in Nagorno-Karabakh, merci e persone non possono transitare liberamente tra i due paesi.

Provincia di Iğdır, nei pressi del confine con l'enclave armena del Naxçıvan
Igdir
Visita la galleria fotografica del viaggio (foto di A. Tetta)
Osservatorio Balcani e Caucaso ha percorso il confine turco-armeno raggiungendo Yerevan attraverso la Georgia. Abbiamo chiesto alle persone che abitano vicino alla frontiera tra i due paesi cosa pensano delle trattative tese alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Turchia e Armenia iniziate lo scorso anno, e come la chiusura del confine influenza la loro vita quotidiana.

Iğdır è una piccola cittadina, a venticinque ore di autobus da Istanbul. Per tre ore, prima di arrivare a destinazione, il pullman procede lentamente per ripide strade di montagna ma, mano a mano che ci si avvicina alla città, i rilievi si fanno più lievi e verdi fino a diventare pianura. Iğdır, oltre ad essere una provincia di confine (a nord l'Armenia, a est la provincia azera del Nakhchivan a sud-est l'Iran) è uno dei luoghi più multietnici della Turchia.

La maggioranza della popolazione è turco-azera. I curdi, tra il 30 e il 40% della popolazione, sono il secondo gruppo etnico più importante, inoltre abitano a Iğdır anche molti azeri di Azerbaijan e una comunità turca.

La cittadina è al centro di una vallata dominata dall'imponente Monte Ararat, Monte Ağrı per i turchi. Il monte Ararat è stato caricato dalle autorità turche, in particolare dai governi nazionalisti, di un forte significato politico.

A una ventina di chilometri da Iğdır, proprio ai piedi della montagna, è stato costruito un memoriale alto più di quaranta metri, inaugurato nel 1999 da Ramazan Mirzaoğlu - allora ministro di un governo di coalizione guidato dai kemalisti del Partito Repubblicano del Popolo (Cumhuriyet Halk Partisi, in turco) - con l'appoggio dei neo-fascisti Lupi Grigi organizzati nel Movimento di Azione Nazionalista (Milliyetçi Hareket Partisi).

Il monumento, il più alto della Turchia, è stato costruito per ricordare le violenze che, secondo la storiografia turca ufficiale, sarebbero state commesse dagli armeni ai danni dei turchi durante la prima guerra mondiale.

Il “Genocidio Turco” avrebbe creato il clima di odio inter-etnico che avrebbe poi spinto le autorità turche a “spostare” gli armeni verso la Siria, allora provincia meridionale dell'Impero Ottomano. Secondo gli armeni questo museo-memoriale è un insulto alla memoria delle vittime del Genocidio Armeno.

Nonostante la vocazione multietnica di Iğdır e la sua posizione strategica, i turchi di origine azera hanno controllato per decenni il governo provinciale indirizzando i propri voti o verso candidati islamisti o verso la destra estrema.

I sindaci eletti con l'appoggio degli azeri, durante il loro mandato, hanno quindi stretto accordi commerciali e gemellaggi solamente con città azere. Passeggiando per le strade di Iğdır sembra di essere già in Azerbaijan, bandiere azere ovunque, negozi e alberghi con nomi azeri e perfino, dietro al municipio, un grande giardino intitolato al ex-presidente dell'Azerbaijan Haydar Aliev con al centro una scultura che lo ritrae.

Con le ultime elezioni amministrative del marzo 2009, però, qualcosa è cambiato a Iğdır: gli azeri hanno disperso il loro voto dividendosi tra sostenitori del candidato islamista del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi) e quello del Movimento di Azione Nazionalista di estrema destra. A conquistare la poltrona di sindaco è stato il terzo candidato in lizza, Mehmet Nuri Güneş, del pro-curdo Partito della Società Democratica (Demokratik Toplum Partisi).

Mentre i sindaci dell'MHP, sostenuti dai turco-azeri, si sono sempre schierati con forza contro l'apertura del confine, considerata una giusta ritorsione da parte della Turchia nei confronti dell'Armenia per l'occupazione del territorio azero del Nagorno-Karabakh, il nuovo sindaco si è detto favorevole alle trattative per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Turchia e Armenia iniziate l'anno scorso.

Dopo la visita in Armenia del presidente turco Abdullah Gül, invitato dal presidente armeno Serzh Sargsyan per seguire la partita di calcio tra Turchia e Armenia lo scorso anno, sono aumentate le speranze di una normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra i due paesi e della riapertura del confine.

Tahir Alagöz, segretario del DTP di Iğdır, ha dichiarato a Osservatorio che “l'apertura del confine sarebbe un vantaggio sotto ogni punto di vista per i popoli di entrambi i paesi, e in particolare per noi che viviamo vicino al confine. Finalmente potremmo incontrarci, dialogare guardandoci negli occhi, intraprendere relazioni commerciali. Da molti anni il popolo turco considera gli armeni dei nemici, e viceversa. Questo non ha senso. La situazione deve cambiare, vogliamo che il confine sia aperto. Non è solo per necessità di tipo economico, desideriamo rompere il circolo vizioso che si è instaurato, non ci conosciamo, ma costruiamo la nostra idea sugli altri in maniera mediata. Per vivere assieme bisogna considerare la multiculturalità una ricchezza, non combatterla o averne paura come fanno i nazionalisti turchi”.

Secondo diversi osservatori internazionali, sebbene il primo ministro turco Recep Tayip Erdoğan, durante la sua visita a Baku il 13 maggio scorso, abbia rassicurato il suo omologo azero affermando che “il confine rimarrà chiuso fino a quando l'Armenia non si ritirerà dai territori azeri occupati”, una trattativa segreta tesa alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche sarebbe ancora in corso.

Molti politici turchi, anche tra le fila dello stesso AKP di Erdoğan, continuano però ad opporsi con forza al riavvicinamento con Yerevan. Tra gli altri il ministro della Giustizia Cemil Çiçek che, lo scorso aprile, in seguito al risultato favorevole al DTP in molte provincie del sud-est a maggioranza curda, si è fatto portavoce di coloro che in Turchia considerano ancora curdi e armeni come nemici da combattere.

“In una particolare regione (il sud-est a maggioranza curda) non è rimasto altro partito che il DTP. Hanno conquistato persino Iğdır, e ricordiamoci che questa provincia confina con l'Armenia. In quella zona l'AKP ha vinto solamente a Mardin. E' naturale che dobbiamo rallegrarci di aver vinto ad Ankara e che il CHP si ritenga soddisfatto di aver conquistato Izmir, ma la gioia per queste due vittorie non ci deve far dimenticare una regione così importante per la sicurezza del paese. Bisogna guardare a quello che succede in quella zona con un attenzione particolare”.

Mehmet Nuri Güneş, neo-sindaco di Iğdır per il DTP, intervistato da Osservatorio Balcani e Caucaso è stato molto netto nel commentare le parole di Çiçek: “La Turchia è un paese naturalmente multiculturale, questa situazione non è facile da governare, a tutti deve essere ben chiaro che l'epoca in cui si pensava che la soluzione ai conflitti inter-etnici fosse l'assimilazione culturale, è finita. Questo paese ha bisogno di amministratori intelligenti e capaci, il nostro ministro della Giustizia non è tra questi, anzi è affetto da manie di persecuzione, è psicologicamente malato”.

E ha aggiunto: “Il nostro obiettivo è essere per la Turchia un esempio di convivenza e di multiculturalismo, vogliamo essere una città modello, il mio slogan e anche quello della campagna elettorale del mio partito è stato “viva la fratellanza tra i popoli!”. Con questo slogan abbiamo vinto, ora si tratta di mettere in pratica questo principio, stiamo investendo tutte le nostre energie per farlo. Per Iğdir essere una città multiculturale è una ricchezza enorme e se la Turchia vuole buone relazioni diplomatiche con i paesi confinanti deve passare per Iğdır. La nostra provincia è il corridoio che chi vuole la pace deve percorrere”.

Il posto di frontiera con l'Armenia, a una manciata di chilometri da Iğdır, rimane però chiuso, nonostante il 62,8% dei turchi sia favorevole alla sua riapertura, secondo un'inchiesta dell'istituto turco di statistica Metropoll.

Per raggiungere Yerevan bisogna passare per la Georgia, il viaggio in pullman dura più di 24 ore e non esistono collegamenti diretti. Il corridoio verso la pace di Iğdır, per il momento, rimane ancora un vicolo cieco.

martedì 5 maggio 2009

Il tempo per Talat

05.05.2009 Da Istanbul, scrive Alberto Tetta

Cipro dopo la vittoria della destra nazionalista nella parte turca dell'isola. I rischi per l'approccio federalista sostenuto dal presidente Talat, l'incognita dell'economia sui negoziati di riunificazione. I commenti
I cittadini della Repubblica Turca di Cipro Nord, premiando la destra nazionalista, hanno punito il Partito Turco Republicano (CTP) del presidente Mehmet Ali Talat per non aver saputo risollevare l’economia del paese, in crisi a causa dell’embargo internazionale e della crisi economica. Le analisi sul voto turco-cipriota del 19 aprile scorso tuttavia, oltre a sottolineare il peso della contingenza economica, mettono in rilievo come questa consultazione elettorale avrà conseguenze sulla politica interna turca e sulle trattative per l’entrata del paese anatolico nell’Unione Europea ma, soprattutto, sul negoziato per la riunificazione di Cipro.

Secondo i dati ufficiali, trasmessi dalla televisione turca NTV, il Partito dell’Unione Nazionale (UBP), guidato da Derviş Eroğlu, ha ottenuto il 44% dei voti, conquistando la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. Il CTP, prima al governo, ha raccolto invece solo il 29,1% dei consensi, con una flessione negativa del 9% rispetto alle politiche del 2005. Altri tre partiti hanno superato lo sbarramento del 5% necessario per conquistare una maggioranza parlamentare: il Partito Democratico (DP), guidato da Serdar Denktaş, figlio dell'ex presidente dell'UBP Rauf Denktaş, con il 10,6%; il Partito Democratico Sociale (TDP) di sinistra, con il 6,8%; Libertà e Riforma, con il 6,3%. Al voto si è recato l’81% degli aventi diritto.

Derviş Eroğlu, segretario dell'UBP, sarà quindi incaricato dal Presidente della Repubblica Talat di formare il nuovo governo. Se è chiaro che l'UBP guiderà il governo, non è ancora sicuro se i dirigenti del partito decideranno di coalizzarsi con altre formazioni politiche o di fare affidamento solo sulle proprie forze. Il partito di Eroğlu gode infatti di una maggioranza risicata, per quanto assoluta, potendo contare solo su 26 parlamentari su 50; il sostegno di un altro partito renderebbe di certo il governo più stabile.

Sebbene molti commentatori internazionali, tra i quali il Daily Telegraph, abbiano parlato della vittoria dei nazionalisti a Cipro Nord come di un “duro colpo al processo di pace”, per ora i dirigenti del partito vincente hanno dichiarato che hanno fiducia nel presidente Talat e che il dialogo con l'omologo greco-cipriota Dimitiris Christofyas deve continuare. Secondo quanto riportato dall'agenzia turca Bianet, il leader dell'UBP Eroğlu ha dichiarato dopo il voto: “Sosteniamo il nostro presidente Mehmet Ali Talat come capo mediatore durante i negoziati che si stanno svolgendo. Discuteremo della questione cipriota in dettaglio con la madrepatria turca e agiremo in maniera unitaria e coordinata per proseguire i negoziati.”

Rauf Denktaş, dell'UBP, ex presidente della Repubblica Turca di Cipro Nord (RTCN) e tra i più importanti uomini politici turco-ciprioti, ha criticato apertamente l'idea di una soluzione federale per Cipro, ipotesi invece caldeggiata da Talat. Nelle ore immediatamente successive al voto ha infatti dichiarato: “Aspettiamo di vedere come si comporterà il nuovo governo. Aspettiamo le dichiarazioni del presidente, e valuteremo come lavoreranno assieme. Se si continua a parlare di un unico paese per un unico popolo, un unico stato, un'unica terra eccetera, allora il percorso sarà in salita.”

Mehmet Ali Talat
Il presidente Talat, senza mettere in discussione il suo approccio federalista, ha mantenuto un basso profilo conscio del fatto che, senza l'appoggio dell'UBP e quindi del nuovo governo, i negoziati fallirebbero. Secondo Talat “la cosa più importante ora è capire che posizione assumerà il nuovo governo rispetto ai negoziati. Se il governo sostiene il nostro approccio non ci saranno problemi, se questo però non accade, avrà luogo un conflitto istituzionale.”

I negoziati quindi proseguiranno, ma Talat e Christofyas hanno poco tempo per fare i passi avanti necessari a risolvere la questione cipriota in modo da convincere i rispettivi popoli che la riunificazione è l'unica strada percorribile. L'anno prossimo infatti i turco-ciprioti torneranno di nuovo alle urne per eleggere il presidente della Repubblica e, se fosse di nuovo la destra a prevalere, sarebbe difficile pensare che i negoziati possano avere successo.

Il CTP di Talat però, per tornare a vincere, oltre che all’impegno in politica estera deve dimostrare di essere in grado di risolvere i problemi economici dei turco-ciprioti. Come sostiene Klaus Jurgens, sul turco Today's Zaman, “sia il CTP che l'UBP hanno cercato in tutti i modi di rimettere in sesto l'economia locale, dimenticando però che l'unico modo di riuscirci è la riunificazione. Le analisi del voto saranno incentrate sul perché gli elettori hanno deciso che la promessa di un'isola unificata non era sufficiente per conquistare il loro voto. Anche le promesse non mantenute da parte di Bruxelles e un clima generale di incertezza economica, però, hanno un ruolo importante. Questo risultato mostra che i politici turco-ciprioti non sono riusciti a spiegare agli elettori che queste questioni sono connesse tra loro.”

Talat e Christofyas si sono già incontrati varie volte a partire dall'11 settembre 2008. In questi incontri si è discusso di sette problemi fondamentali relativi alla nuova Cipro unita: il sistema politico, la rappresentanza nelle istituzioni dei diversi gruppi etnici, la politica estera, la presenza di 30mila militari turchi nella parte settentrionale dell'isola, la politica di sviluppo economico, il risarcimento delle proprietà confiscate in seguito all'intervento militare turco e la costituzione di una banca centrale.

Il 21 aprile, subito dopo le elezioni, Talat e Christofyas si sono incontrati nuovamente per aprire il capitolo del negoziato relativo all'economia della nuova Cipro unificata. Il presidente turco-cipriota ha rassicurato in questa occasione il suo interlocutore riguardo al proseguimento dei negoziati, dichiarando che l'affermazione della destra nazionalista non determinerà un cambiamento nel suo approccio alle trattative. Il prossimo incontro è stato fissato per oggi.

Il percorso verso la riunificazione dell'isola è ancora lungo, ma il tempo per ottenere risultati decisivi è limitato, Talat ha poco tempo per dimostrare ai turco-ciprioti che la riunificazione è indispensabile e che lui è l'unico mediatore che ha davvero le carte in regola per portare a termine il negoziato con successo. L'UBP dal canto suo potrebbe mitigare la sua storica avversione al negoziato e accettare che la riunificazione è un processo inevitabile appoggiando il Presidente della Repubblica. Se ciò non avvenisse sarebbe davvero come ha pronosticato il cipriota Yenidüzen gazetesi un “ritorno al passato”.

martedì 21 aprile 2009

Punizione di massa

Peacereporter.net, 21/4/2009

Turchia, il partito filo curdo Dtp sotto attacco: in pochi giorni centinaia di fermi e decine di arresti

scritto per noi da
Alberto Tetta

Più di 250 persone sono state fermate e 80 arrestate durante un operazione contro il partito curdo Partito della Società Democratica (Dtp) iniziata il 14 aprile scorso ed estesasi nei giorni successivi a tutto il Paese.

Nell'ambito dell'operazione, coordinata dalla Procura della Repubblica di Diyarbakır, sono state perquisite le sedi del partito curdo e arrestati membri del Dtp in 19 province. Non sono ancora noti i capi di imputazione, ma, secondo gli avvocati, gli arrestati sono accusati di essere membri e dirigenti del Partito Curdo dei Lavoratori (Pkk). Tra i fermati, i tre avvocati di Abdullah Öcalan, Ahmet Birsin, direttore di GünTV, televione locale di Diyarbakır e i tre vicepresidenti del Dtp Bayram Altun, Selma Irmak e Kamuran Yüksek. Durante la conferenza stampa organizzata il 14 aprile nelle ore immediatamente successive all'inizio dell'operazione Ahmet Türk, presidente del Dtp ha affermato: "Questa operazione è la chiara dimostrazione che il Governo è molto infastidito dall'esito delle elezioni. Questo attacco fa parte di un progetto teso ad allontanare il nostro partito dalla pratica democratica. Ma sia chiaro a tutti che nessuno riuscirà a impedirci di lottare per una democrazia vera e per una pace giusta. Continueremo la nostra lotta con coraggio e determinazione senza mai abdicare alla nostra scelta democratica. Le operazioni e gli arresti devono avere fine, i nostri amici devono essere rilasciati".

Nelle elezioni amministrative dello scorso 29 marzo il Dtp si era affermato come primo partito nel Sud Est a maggioranza curda e quarto a livello nazionale conquistando il 5,7 percento dei consensi e il controllo di 99 comuni tra cui Diyarbakır, la più importante città del Sud Est. Tuttavia i festeggiamenti seguiti alla vittoria del Dtp furono bruscamente interrotti il 4 aprile quando due manifestanti vennero uccisi dalla polizia ad Urfa, duranti gli scontri seguiti alla manifestazione organizzata per celebrare il sessantesimo compleanno del leader del Pkk Abdullah Öcalan. Anche la provincia orientale di Ağrı è stata teatro di violenti scontri post-elettorali tra sostenitori del partito Giustizia e Sviluppo (Akp) del permier Erdogan e del Dtp, questi ultimi sostengono che il partito islamista abbia vinto di misura le elezioni facendo sparire 3000 schede elettorali e hanno chiesto il riconteggio delle schede, negato pero' dalla commissione elettorale. A rendere ancora più teso il clima nella zona curda del paese anche il processo di messa al bando del Dtp iniziato prima delle elezioni e tuttora in corso. Secondo i magistrati la struttura organizzativa del partito curdo non sarebbe conforme alla legge turca sui partiti politici, questo sembra però solo un pretesto per chiudere un partito le cui posizioni filo-curde irritano militari e islamisti al governo, tra i quali, dall'anno scorso, vige una tregua seguita all'accordo sull'intervento militare in Nord Iraq. La sentenza è attesa per le prossime settimane.

Dopo le elezioni, il Pkk aveva annunciato un cessate il fuoco unilaterale fino al primo giugno per favorire la partecipazzione del Dtp alla conferenza di pace inter-curda programmata per maggio in Iraq. In seguito all'inizio dell'operazione contro il Dtp la conferenza è stata rimandata a data da destinarsi e anche il cessate il fuoco è a rischio. Ieri e oggi (lunedì) sono state organizzate manifestazioni di solidarietà del partito curdo e per il rilascio dei militanti arrestati davanti alle sedi del DTP in tutto il paese, lo slogan più diffuso è stato "Siamo tutti del Dtp, siamo tutti curdi". Hanno partecipato a queste manifestazioni organizzazioni della sinistra turca, come il Partito Comunista della Turchia (Tkp), Partito della Solidarietà e della Libertà (Ödp), Piattaforma Socialista degli Oppressi (Esp), i sindacati di base Disk e Kesk e le associazioni culturali alevite e di difesa dei diritti umani come l'Ihd e Tihv. Inoltre il 14 aprile Ahmet Türk, in una lettera, si era appellato all'Internazionale Socialista e al Parlamento Europeo a nome del Dtp e del popolo curdo affinché ''l'Unione Europea invitasse la Turchia a cambiare il suo approccio alla questione curda''.

sabato 11 aprile 2009

La sconfitta di Recep

Osservatorio Balcani, 03.04.2009
Da Diyarbakır, scrive Alberto Tetta

Nel seggio di Egil, Diyarbakir, 29 marzo (Foto Alberto Tetta)
Battuta di arresto dell'AKP di Recep Erdoğan alle elezioni amministrative in Turchia. Crescono CHP e MHP, forte affermazione del DTP curdo in tutto il Sud Est del paese. Tutti i risultati, le voci e le immagini da Diyarbakır
Se per Recep Tayyip Erdoğan le elezioni amministrative del 29 Marzo erano un referendum di metà mandato, quel referendum lo ha perso. Il partito del premier, l'AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), ha infatti ottenuto la maggioranza relativa dei voti, ma ha raccolto solo il 38,85% dei consensi contro il 46% delle elezioni politiche del 2007 e il 41,7 delle scorse amministrative. Nel Sud Est curdo il DTP (Partito della Società Democratica) ha vinto nella maggior parte dei comuni, sconfiggendo l’AKP a Diyarbakır, la più importante città curda, dove ha conquistato il 65% dei consensi, e affermandosi anche a Siirt e Van, prima controllate dall'AKP. Durante la campagna elettorale il partito islamista aveva molto investito su Diyarbakır, per dimostrare che i curdi sostenevano il governo e non le posizioni del DTP, ma lo sforzo fatto evidentemente non ha pagato. A Istanbul e Ankara l’AKP ha invece tenuto, sebbene i due principali partiti di opposizione, il repubblicano CHP (Partito Repubblicano del Popolo) e l'estrema destra dell'MHP (Partito di Azione Nazionalista), siano cresciuti. Calo di consensi infine per la sinistra turca, che si era coalizzata in vista delle elezioni.

“E' necessario che ci interroghiamo sulle ragioni della sconfitta: perché non ci hanno votato? Abbiamo sbagliato nella scelta dei candidati? Non siamo stati capaci di rispondere alle aspettative degli elettori? Dobbiamo trovare la risposta a tutte queste domande”. Così Cemil Çiçek, portavoce del governo, al termine della riunione straordinaria dell'esecutivo convocata proprio per discutere dei risultati elettorali. Dello stesso calibro le dichiarazioni a caldo di Erdoğan, che si è detto deluso e ha aggiunto: “Questa sconfitta ci serva da lezione, d'ora in poi dobbiamo lavorare diversamente.”

Visita il portale della rete turca NTV con tutti i risultati delle elezioni
Di tutt'altro tenore le dichiarazioni di Deniz Baykal, segretario del principale partito d'opposizione, il CHP, che ha affermato: “In Turchia è iniziata una nuova era. Il risultato delle elezioni mostra che c'è una diffusa domanda di un cambio di classe politica che viene dagli elettori”. Il CHP è cresciuto a livello nazionale del 5%, conquistando tre nuovi comuni tra cui Antalya, dove l'AKP era sicuro di vincere. Il partito del premier si è dovuto accontentare di Istanbul, Ankara e della riconferma nelle roccaforti islamiste di Erzurum e Konya.

Il vero vincitore delle elezioni è però il DTP, che si è affermato come principale partito in tutto il Sud Est. Il partito curdo ha infatti conquistato, oltre a Diyarbakır, anche Van, Tunceli, Batman, Siirt, Şırnak, Hakkari e il comune orientale di Iğdır, prima controllato dall'MHP.

Osservatorio Balcani e Caucaso ha seguito le elezioni proprio da Diyarbakır, maggiore tra i comuni in cui il risultato era dato come incerto.

29 marzo, elezioni in Turchia - foto di Alberto Tetta
visita la galleria fotografica
Nei giorni che hanno preceduto il voto c'era grande nervosismo tra i dirigenti locali del DTP. Durante la campagna elettorale, infatti, lo scontro con l'AKP era stato molto duro. Barış Bikilitaş, dell'ufficio elettorale del DTP di Diyarbakır, ha raccontato ad Osservatorio l'atmosfera pre-elettorale: “La macchina del partito ha lavorato convulsamente nei giorni che hanno preceduto le elezioni, allo scopo di monitorarne lo svolgimento e di organizzare gli osservatori internazionali. Temevamo che ci sarebbero state irregolarità durante il voto ma, anche grazie al nostro lavoro, non ci sono stati problemi. L'unico comune dove si sono registrate delle irregolarità è stato Ağrı, dove abbiamo chiesto che i voti vengano ricontati.”

A monitorare lo svolgimento delle elezioni erano presenti in zona 150 osservatori internazionali, arrivati nel Sud Est turco da Germania, Inghilterra, Belgio, Svezia, Francia, Spagna e Norvegia. La delegazione italiana era la più numerosa, più di 40 delegati, dislocati tra Diyarbakır, Van, Bingöl, Sırnak e Batman.

Abbiamo chiesto ad Alberto Mari, della Rete Italiana di Solidarietà con il Popolo Curdo, che significato abbia avuto per lui partecipare alle elezioni come osservatore. “Per noi è stata un'esperienza incredibile - ci ha detto Mari - la gente ci accoglieva come eroi, i membri del DTP ci hanno accompagnato in tutti i seggi. La presenza degli osservatori internazionali è stata molto utile perché davamo coraggio alla gente che quindi andava a votare nonostante la presenza di militari e polizia davanti ai seggi.”

A Diyarbakır, verso le sei di sera, appena sono arrivati i primi dati non ufficiali secondo cui il DTP era in vantaggio a Van e Bingöl, le migliaia di persone che si erano radunate di fronte alla sede provinciale del partito hanno cominciato a ballare e a intonare slogan a favore di Abdullah Öcalan, del candidato sindaco del DTP Osman Baydemir e contro l'AKP. Man mano che i risultati favorevoli al DTP venivano proiettati sulla parete della sede del DTP, la folla si faceva più imponente. Le celebrazioni sono continuate tutta la notte. Nei giardini di quartiere, in diversi punti della città, donne, anziani, bambini e ragazzi ballavano l'halay, danza anatolica, suonando tamburi e flauti. Caroselli di auto cariche di sostenitori del partito che sventolavano bandiere del DTP si sono susseguiti in tutta la città fino a notte inoltrata.

Hülya è arrivata a Diyarbakır per seguire il risultato delle elezioni. Lavorava come donna delle pulizie in un paesino della provincia, ora è rimasta senza lavoro e per lei la vittoria del DTP è molto importante: “Questa è come una grande festa di paese, ci sentiamo come fratelli e sorelle. Speriamo che, dopo aver vinto le elezioni amministrative, riusciremo anche ad eleggere molti deputati curdi nelle prossime elezioni politiche. Se il DTP avesse perso sarebbe stata una sconfitta per tutto il popolo. Magari il DTP godesse di un appoggio così ampio come qui nel Sud Est anche a Istanbul, Izmir e Ankara. Con queste elezioni abbiamo lanciato un appello di pace al mondo, speriamo che venga raccolto.”

Osman Baydemir, riconfermato sindaco di Diyarbakır, durante la conferenza stampa tenuta nella sede provinciale del partito il 29 marzo, in tarda serata ha dichiarato: “A partire da questo momento e per i prossimi cinque anni sarò al servizio della mia gente giorno e notte, lavorerò non otto, ma sedici ore al giorno. Ha vinto la pace, ha vinto la democrazia, ha vinto il popolo curdo.”

E' ancora troppo presto per fare previsioni sulle conseguenze che il risultato del voto avrà sull'azione del governo, è chiaro però che Erdoğan ha pagato a caro prezzo la sua incapacità di affrontare con prontezza la crisi economica. A capitalizzare la sconfitta sono i partiti di opposizione tra i quali il piccolo Saadet Partisi (Partito della Felicità), partito islamista più radicale rispetto all'AKP, che ha triplicato i propri consensi nelle zone più conservatrici del paese raccogliendo intorno al 4% dei voti a livello nazionale. Altro importante fattore per comprendere le ragioni della sconfitta dell'AKP è la sfiducia dei curdi, che invece avevano sostenuto il partito di Erdoğan alle scorse elezioni legislative. Le principali cause di questo calo di consensi sono state il sostegno del governo all'intervento dell'esercito in Nord Iraq e l'incapacità di promuovere la crescita economica delle regioni curde del paese. E' notizia delle ultime ore, infine, che Barack Obama incontrerà anche i leader del DTP durante la sua visita ad Ankara il 5 e 6 aprile prossimi.

Secondo Ahmet Altan, che ha commentato l'esito del voto su Taraf nel suo editoriale del 31 marzo, “tutti i partiti hanno ricevuto una lezione da queste elezioni, chi saprà interpretare correttamente il messaggio che viene dalle urne continuerà ad esistere, coloro che non saranno capaci di farlo usciranno di scena.”

Newroz Piroz Be!

Osservatorio Balcani, 27.03.2009
Da Diyarbakır, scrive Bawer Çakır

Ha collaborato all'articolo Alberto Tetta da Istanbul

Newroz 2009
La celebrazione del capodanno curdo a Diyarbakır, a pochi giorni dalle elezioni amministrative in Turchia. Il reportage dalla città, gli interventi di Osman Baydemir, Ahmet Türk e Leyla Zana. La carovana di pace della delegazione italiana
Il 20, 21 e 22 marzo, come tutti gli anni, i curdi hanno festeggiato il Newroz, la festa di inizio primavera, scambiandosi l'augurio tradizionale “Newroz Piroz Be!”, felice nuovo giorno. In tutte le più grandi città turche, nel Sud Est curdo, come anche in Siria, Iran, Caucaso e Asia Centrale, milioni di persone hanno acceso i fuochi del “Nuovo Giorno”. Per i curdi di Turchia questa festa ha assunto negli ultimi trent'anni un valore politico molto forte. Il Newroz si è trasformato infatti in un momento di rivendicazione di diritti oltre che di celebrazione della cultura curda.

Quest’anno le celebrazioni si sono caricate di un ulteriore significato. Il 29 marzo, infatti, si svolgeranno in tutta la Turchia le elezioni amministrative per il rinnovo di tutti i consigli di quartiere, comune e provincia. Il pro-curdo Demokratik Toplum Partisi (Partito della Società Democratica, ndr) ha fatto delle celebrazioni una dimostrazione di forza in vista delle elezioni. Di seguito il nostro reportage da Diyarbakır.


Halay

Alle sei, tre ore prima dell'inizio delle celebrazioni, la gente ha cominciato a riempire la piazza dove si sarebbero tenuti i comizi passando attraverso due punti di controllo dove la polizia perquisiva uno per uno i partecipanti. Poco prima dell'inizio ufficiale della festa, gruppi di giovani hanno cominciato a ballare l'halay, danza tradizionale dell'Anatolia, quindi sono stati affissi al palco cartelli in curdo e in lingua zaza.

Circa un milione di persone, la maggior parte avvolte da bandiere con i colori curdi (giallo, rosso e verde), hanno preso posto nel grande spazio dove dopo poco sarebbero iniziate le celebrazioni del Newroz. Il co-presidente del DTP, Ahmet Türk, e il sindaco di Diyarbakır, Osman Baydemir, hanno quindi preso la parola appellandosi al governo per richiedere una soluzione democratica della questione curda, e affermando la necessità di coinvolgere come interlocutore per la risoluzione del conflitto tra esercito e miliziani curdi il leader del PKK, Abdullah Öcalan, recluso dal 1999 nel carcere di massima sicurezza di İmralı, presso Istanbul.

Baydemir: “La Turchia deve cambiare il suo approccio alla questione curda”

Newroz 2009
Il primo a prendere la parola a Diyarbakir è stato il sindaco della città, Osman Baydemir. Prima di iniziare il suo discorso ha fatto volare alcune colombe in segno di pace e la folla ha cominciato a scandire lo slogan "Amed [Diyarbakır in curdo, ndr] è onorata dalla tua presenza!”

Baydemir ha esordito dicendo: "Gli occhi di tutto il mondo guardano al Newroz di Diyarbakır. A Washington, Ankara e Bruxelles stanno ascoltando questa piazza. Tutti sappiano che qui i cuori di tutti battono per la pace e la libertà.”

“Per decine di anni - ha continuato Baydemir - hanno provato a ignorare le legittime rivendicazioni del popolo curdo. Tuttavia non sanno che il fuoco del Newroz arde per la pace e l'unione tra i curdi. I tempi sono cambiati. I curdi non sono più quelli di una volta. E’ arrivato il momento che anche la Turchia cambi il suo atteggiamento sulla questione curda”.

“Tutto il mondo deve essere conscio del fatto che in Medio Oriente senza i curdi non è possibile ottenere la libertà e la pace. Per questo motivo bisogna accogliere l’appello che viene dai curdi. Sono qui con noi delegati che vengono dai paesi più diversi. Sono qui tra noi anche ospiti che vengono dalla Turchia occidentale."

Rivolgendosi al milione di persone presenti, Baydemir ha poi aggiunto: “Ecco, questo è il risultato della lotta dei curdi. I comuni controllati dai curdi sono municipalità modello. I servizi forniti in questi comuni sono un diritto del nostro popolo. Il popolo curdo però merita molto più di questo".

Leyla Zana: “I curdi hanno tre partiti: il PKK, il PDK e l’UPK”

Nel parco del quartiere di Bağlar, sempre a Diyarbakır, ha preso la parola anche l’ex-parlamentare Leyla Zana. Riferendosi alla presa di posizione del presidente iracheno Jalal Talabani secondo cui il disarmo del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) sarebbe una pre-condizione per lo svolgimento della conferenza di pace programmata per i prossimi mesi, ha dichiarato: “I curdi non sono certo amanti delle armi. Non insultateci. Per una volta i curdi non si facciano del male tra loro. Organizzando una Conferenza tra i diversi gruppi curdi dobbiamo trovare un accordo su un sistema per coordinarci. I curdi hanno tre grandi partiti: il PKK, il PDK (Partito Democratico del Kurdistan) e l’UPK (Unione Patriottica del Kurdistan).”

Dopo il discorso di Leyla Zana, nell’area del raduno è stato accesso il fuoco simbolo del Newroz.

Türk: “Le elezioni del 29 marzo sono un referendum”

Il co-presidente del DTP, Ahmet Türk, ha affermato durante il suo intervento che, a suo parere, le ossa rinvenute in questi giorni nell’ambito delle indagini sull'organizzazione Ergenekon, in fosse comuni nei pressi della città di Silop, sarebbero resti umani. Secondo il presidente del DTP questo ritrovamento significa che sarà a breve possibile comprendere cosa ne è stato delle persone fatte scomparire dall’esercito negli anni novanta. Poi ha continuato il suo discorso citando l'IRA irlandese e il leader sudafricano Nelson Mandela: “Pensano, con la forza, di poter ridurre al silenzio il popolo curdo. In Irlanda le parti in conflitto sono state trattate con rispetto. Qui in Turchia, invece, si fa finta che i curdi non esistano. Mandela è stato per anni in carcere. Dopo che l'hanno liberato è stata trovata una soluzione per il Sud Africa grazie all’accordo tra neri e bianchi. Öcalan ha la stessa importanza per il popolo curdo che Mandela ha per i sudafricani. Se si vuole trovare una soluzione per la questione curda bisogna liberare Öcalan che è il leader del popolo curdo."

Quindi Türk ha sottolineato l’importanza delle elezioni amministrative che, secondo lui, saranno anche un referendum sull'operato del governo e del DTP: "La quantità di voti che prenderemo il 29 marzo mostrerà qual è il principale attore sulla scena curda, e renderà la pace più vicina. Queste elezioni sono un modo di difendere la nostra identità e la nostra lingua.”

Secondo il dirigente del partito curdo, nel caso il DTP fosse il terzo partito più votato questa sarebbe la dimostrazione che l’intervento militare in Nord Iraq è stato inutile: “Gli occhi dell’America, dell’Iran e del Kurdistan sono puntati verso di noi. Il giorno delle elezioni, il 29 marzo, sarà il giorno in cui difenderemo una lotta che va avanti da trent’anni.”

“TRT6 è stata creata ad uso e consumo del governo”

Newroz 2009
“A Diyarbakır la televisione locale GünTV viene condannata perché trasmette in curdo. In parlamento ho parlato nella mia lingua madre ed è successo il finimondo. TRT 6 è stata creata ad uso e consumo del governo. Non ci hanno concesso un diritto, lo hanno fatto per confonderci. Deve essere messa in campo una politica che consideri le rivendicazioni del popolo curdo diritti fondamentali. Coloro che pensano alla Repubblica come ad un loro monopolio ne daranno conto al popolo turco e al popolo curdo.”

Dopo l’intervento di Ahmet Türk, l’avvocato di Öcalan ha letto un suo messaggio. Ha avuto poi inizio il concerto dei cantanti curdi Zozan, Xeyro Abbas, Diyar e Aram Tigran. I partecipanti hanno accompagnato gli artisti ballando l’halay.

La delegazione italiana

Una folta delegazione di osservatori internazionali è partita dall’Italia per partecipare al Newroz e monitorare lo svolgimento delle elezioni nella zona a maggioranza curda. Antonio Olivieri, di Verso il Kurdistan, ora a Van, ha spiegato a Osservatorio Balcani e Caucaso il ruolo della delegazione italiana in Turchia: “La carovana Newroz 2009 è stata organizzata dallo UIKI, Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia, e dalla Rete Italiana di Solidarietà con il Popolo Curdo di cui fanno parte Assopace, Cecina Social Forum, Un Ponte per e l‘associazione Verso il Kurdistan, di Alessandria. A Istanbul, dopo aver partecipato al Forum alternativo sull'acqua abbiamo incontrato Akın Birdal, candidato del DTP sostenuto anche dalla sinistra turca, poi siamo partiti per il Sud Est dove i circa cento delegati si sono divisi per raggiungere le città curde di Diyarbakır, Kızıltepe, Şırnak, Van, Hakkari e Batman. Qui la situazione è tranquilla, le celebrazioni del Newroz si sono svolte ovunque in modo pacifico. Siamo più preoccupati per quanto riguarda lo svolgimento delle elezioni. L'AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo al governo, ndr) sta facendo davvero di tutto per guadagnare voti, ad esempio regalando elettrodomestici, carbone o permettendo ai soldati che stanno facendo il servizio militare nel Sud Est di votare dove si trovano e non nel loro comune di residenza. La loro presenza nei seggi potrebbe intimorire gli elettori, vedremo cosa succede nei prossimi giorni."

La scelta della nonviolenza

Osservatorio Balcani, 03.03.2009
Da Istanbul, scrive Alberto Tetta

L'obiezione di coscienza in Turchia dagli anni '80 ad oggi. Le associazioni e i movimenti antimilitaristi, la punizione per chi si sottrae al servizio militare o incita a farlo. I casi di Halil Savda e Mehmet Tarhan, obiettori totali. Nostre interviste
A dispetto del famoso detto nazionalista secondo cui “ogni turco nasce soldato”, in Turchia sono 73 gli obiettori di coscienza totali che dal 1989 si rifiutano pubblicamente di svolgere il sevizio di leva e di indossare l’uniforme e 500 mila, secondo i dati del ministero della Difesa, coloro che non hanno risposto alla chiamata alle armi. In questo Paese, tutti i ragazzi tra i venti e i trent'anni devono prestare sedici mesi di servizio militare obbligatorio. L’obiezione di coscienza, nonostante le pressioni in questo senso dell’Unione Europea e una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del gennaio 2006, non è ancora riconosciuta come un diritto in Turchia.

Secondo l’articolo 318 del codice penale, chiunque inviti a sottrarsi al servizio militare rischia da sei mesi a due anni di carcere. Sono molte le cause intentate contro intellettuali e artisti che si schierano a favore dell’obiezione di coscienza. Tra le più note quelle contro la giornalista Perihan Mağden del giugno 2006 per il suo articolo “L’obiezione di coscienza è un diritto umano!”, e quella contro la famosa cantante transessuale Bülent Ersoy che nel marzo 2008, mentre le truppe di Ankara entravano nel nord dell'Iraq, affermò durante un programma televisivo che se avesse potuto avere un figlio non lo avrebbe mai mandato a morire in guerra.

All’inizio degli anni novanta erano poche le organizzazioni che si occupavano di obiezione di coscienza. La prima è stata fondata a Izmir nel 1994 da Osman Murat Ülke, militante storico del movimento non violento: è la Savaş Karşıtları Derneği (Associazione degli Oppositori della Violenza). Nello stesso periodo è nata l'Istanbul Anti-Militarist Inisyatifi (Iniziativa Antimilitarista di Istanbul), che oggi gestisce anche il sito www.savaskarsitlari.org. E' a partire dal 2001 tuttavia che, in tutte le grandi città turche, è iniziato un movimento contro il servizio militare. Nel marzo 2008 diversi gruppi come l’Iniziativa contro i Reati di Opinione, l’associazione gay KAOS GL, la femminista Vita Rosa, l'Associazione per i Diritti Umani e la Piattaforma per l’Obiezione di Coscienza hanno lanciato una campagna dal titolo Rifiutarsi di uccidere non è reato, no all’articolo 318!

Abbiamo parlato con Halil Savda e Mehmet Tarhan, obiettori di coscienza e attivisti per i diritti umani, della loro scelta e del movimento antimilitarista in Turchia.

Halil, perché hai deciso di obiettare?

Halil Savda (Foto Alberto Tetta)
Sono diventato obiettore di coscienza perché mi considero un difensore coerente della libertà e della pace. La mia decisione di rifiutarmi di entrare nell’esercito è motivata dalla mia convinzione che il mondo debba essere pacifico, inoltre il mio carattere e il mio modo di vivere sono contrari alla violenza. Sono una persona che rifiuta rapporti umani basati sull’autorità, e non ho voluto essere parte di un'organizzazione armata che riproduce rapporti di tipo gerarchico tra le persone. Penso che in Turchia la lotta per la libertà debba essere anche lotta per la pace e per il rifiuto della violenza. Se non fosse così, anche se il sistema venisse abbattuto sicuramente si riprodurrebbe un meccanismo oppressivo e gerarchico come avvenuto in Unione Sovietica.

Cos'è successo dopo che hai annunciato pubblicamente la tua decisione?

Dopo essermi dichiarato obiettore di coscienza, il 26 novembre 2004 sono stato arrestato. Dopo 14 giorni mi hanno rilasciato, ordinandomi di presentarmi in caserma per l'arruolamento. Non l’ho fatto, quindi è iniziato un processo nei miei confronti. Sono stato condannato per diserzione il 7 dicembre del 2007. Mi hanno messo in carcere e di nuovo rilasciato perché mi presentassi in caserma. Nel corso degli ultimi cinque anni sono stato arrestato e rilasciato quattro volte. In totale ho passato 17 mesi in carcere di cui due in isolamento, e durante la mia detenzione sono anche stato torturato.

Dopo il tuo rilascio cosa è successo?

Come obiettori di coscienza i nostri diritti vengono calpestati anche dopo essere stati rilasciati. Per esempio ci viene negata la libertà di movimento, e se ci imbattiamo in un controllo di polizia mentre siamo in viaggio possiamo essere arrestati in qualsiasi momento come renitenti di leva. Inoltre non godiamo di nessun tipo di aiuto sociale. In Turchia infatti i ragazzi che non hanno fatto il servizio militare non hanno l’assistenza sanitaria e non possono lavorare nella pubblica amministrazione. Insomma viviamo, ma siamo morti. Sei parte della società, magari organizzi anche lotte sociali, ma non hai nessun tipo di diritto economico, sociale, nessuna sicurezza. Di fatto per lo Stato non esisti.

La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo si è occupata degli obiettori turchi. Nel gennaio 2006 si è pronunciata sul caso di Osman Murat Ülke, condannato a un totale di 701 giorni di carcere per aver rifiutato otto volte di indossare l’uniforme militare. La Corte ha condannato la Turchia a pagare 10 mila euro di danni al ragazzo poiché era stato sottoposto a un “trattamento umiliante”. Inoltre ha invitato la Turchia a modificare la sua legislazione in modo da regolamentare la condizione degli obiettori di coscienza e farli uscire dal limbo giuridico che li condanna a quello che la stessa Corte ha definito come “morte civile”.

Dopo l’11 settembre 2001, anche Mehmet Tarhan ha deciso di annunciare pubblicamente la propria obiezione di coscienza. Dopo il suo arresto a Izmir, nel 2005 ha passato undici mesi nel carcere militare di Sivas in attesa di giudizio. E' stato infine liberato ma il suo processo è ancora in corso. Ora lavora per Lambda Istanbul, un'associazione che difende i diritti di gay, lesbiche, bisessuali e transgender.

Mehmet, hai mai pensato di lasciare la Turchia per chiedere asilo politico in qualche Paese europeo?

Mehmet Tarhan (Foto Alberto Tetta)
Si, ci ho pensato. Non l’ho mai fatto perché so che la mia fuga è quello che lo Stato vuole. Qui c’è ancora molto lavoro da fare e mi piace vivere in Turchia, nonostante tutto. Sicuramente però, se mi sentissi veramente in grave pericolo, sarei costretto a lasciare il Paese.

La tua famiglia come ha accolto la tua decisione?

Mi hanno sempre sostenuto, sia quando mi sono dichiarato obiettore di coscienza che mentre mi trovavo in carcere. Hanno persino partecipato alle campagne del movimento antimilitarista in mio sostegno. Per la maggior parte degli obiettori, però, la situazione è diversa. Subiscono pressioni enormi da parte delle loro famiglie, perché facciano il servizio militare. L’opposizione della famiglia è una carta che viene usata anche dall’esercito per dissuadere i giovani obiettori.

Qual è la posizione dell'opinione pubblica turca sull'obiezione di coscienza?

La maggior parte delle persone non ha un'opinione precisa, perché non sa che esiste un movimento antimilitarista. Certo, nel suo insieme la società turca appare molto militarista e unita, ma se parli con le persone singolarmente la situazione cambia. Non a caso sono circa 500 mila i disertori che non rispondono alla chiamata alle armi, anche se non lo rivendicano politicamente in maniera pubblica.

Turchia, gli intellettuali pro-armeni saranno processati

Peacereporter, 02/03/2009versione stampabile


Ribaltata una precedente sentenza favorevole ai promotori dell'iniziativa di raccolta firme

I firmatari della petizione on-line "Chiediamo scusa agli Armeni" lanciata tre mesi fa da più di 200 intellettuali turchi per chiedere ufficialmente scusa agli armeni riguardo al "Grande Massacro" del 1915 saranno processati per aver "insultato il popolo turco" in base all'articolo 301 del Codice Penale turco.

La Prima Corte Penale di Sincan ha annullato oggi la precedente decisione del Procuratore della Repubblica di Ankara, del 26 gennaio, secondo la quale i firmatari della petizione non dovevano essere processati in quanto il testo dell'appello era da considerarsi una libera espressione del loro pensiero. Ad oggi la petizione è stata sottoscritta da quasi 30 mila persone. Nei mesi scorsi l'appello era stato oggetto di un acceso dibattito.
Questo il testo della petizione:"Il mio cuore non accetta il fatto che la gente stia insensibile alla grande tragedia che gli armeni ottomani hanno vissuto nel 1915. Respingo questa ingiustizia e condividendo il loro dolore e sentimento chiedo scusa ai miei fratelli armeni".
Secondo la versione ufficiale turca nel 1915 solo 300 mila armeni sarebbero morti a causa di carestie ed epidemie causate dalla prima guerra mondiale, non si potrebbe parlare quindi ne' di genocidio, ne' di responsabilità turca. Gli storici armeni e molti paesi europei, invece, sostengono che un milione e 500 mila persone sono state uccise in base a una progetto di sterminio pianificato da parte delle autorità ottomane nel 1915.

Alberto Tetta

Turchia, la parlamentare curda Aysel Tuğluk condannata a 18 mesi di carcere rischia l'arresto

Peacereporter, 09/02/2009versione stampabile


La militante del filo-curdo Dtp è stata condannata per aver detto che definire il Pkk un movimento terrorista non serve a risolvere la questione curda.

La parlamentare curda Aysel Tuğluk è stata condannata a 18 mesi di carcere e rischia l'arresto. La militante del filo-curdo Dtp è stata condannata per aver detto che definire il Pkk un movimento terrorista non serve a risolvere la questione curda.

''Il Primo Ministro dice che dobbiamo definire il Pkk un'organizzazione terrorista. Solo a partire da quel momento dialogherà con noi (il partito filocurdo Dtp, ndr). Il Problema non scomparirà se chiamiamo il PKK terrorista. Quelli che voi considerate dei terroristi per altri sono eroi. Se noi chiamassimo terrorista Abdullah Öcalan perderemmo la fiducia del nostro popolo. Il popolo curdo ha deciso di condurre una lotta democratica. Ma se voi non date a un popolo neppure il diritto di usare la propria lingua come vuole create un terreno fertile per la violenza''.
Per queste parole, pronunciate durante un comizio del Demokratik Toplum Partisi (Partito della Società Democratica, ndr.) il 16 Maggio 2006 a Batman, cittadina del Sud-Est turco a maggioranza curda, Aysel Tuğluk è stata condannata a 18 mesi di carcere dal Tribunale di Diyarbakır per aver fatto "propaganda pro-Pkk".
In Turchia i deputati possono essere processati solo in seguito a un voto in questo senso del parlamento, quindi anche in questo caso il procedimento penale era stato congelato in attesa del termine della legislatura. Per la prima volta nella storia della Repubblica Turca, però, la Corte d'Appello ha stabilito che il processo doveva tenersi nonostante l'immunità parlamentare e Aysel Tuğuk ora rischia il carcere.

Alberto Tetta