Left, 6 Luglio 2007
(reportage realizzato grazie alle traduzioni di Alberto Tetta ed all'assistenza di F. K.)
L'oleodotto Baku-Tiblisi-Ceyhan è ormai un fatto incontestabile. Ma Taner Tayyip, avvocaticchio di Ardahan, diecimila abitanti e venticinquemila soldati, è un uomo troppo educato per liquidare così i suoi ospiti. E poi è paziente. Quindi ricomincia: l'esproprio è legale e la Turchia ha bisogno di petrolio. E di gas. Come l'Italia, che vi ha partecipato, la Francia, l'Inghilterra, Israele. Come l'America, che da anni voleva pacificare la regione. “Gli attivisti occidentali hanno sempre un aproccio ideologico quando si tratta di infrastrutture e petrolio. Non capiscono che per la Turchia è una grande opportunià.” E alla domanda sul come sia stato possibile che 4 milioni di euro di fondi pubblici per lo sviluppo venissero versati ad una compagnia petrolifera privata per strappare la terra a centinaia di montanari nullatenenti, è l'interprete ad alzare le braccia: si rifiuta di tradurre ulteriori polemiche. Cordiale, l'avvocato accompagna tutti. Sorride e inclina la testa. Non se ne vedono spesso di stranieri in Caucaso.
Passata Kars c'è ancora la neve. Scende in arabeschi dai crinali, si aggrappa a macchia di leopardo sull'altopiano. Salendo le verso il confine con Georgia ed Armenia non c'è altro che quello. Le poche case portano il marchio degli ultimi terremoti, degli scontri fra esercito ed indipendentisti curdi, o semplicemente dell'abbandono. Un tempo, Kars fu la roccaforte armena del Caucaso settentrionale, contesa fra Turchia e Russia quando si trattò di tracciare i confini con l'Unione sovietica. Oggi, chi può se ne va con la prima corriera e chi rimane vive con niente: gli ortaggi del campo, il bestiame. La terra è fertile, le risorse non mancano e l'acqua abbonda. Nei villaggi che da Kars vanno verso il paesino di Ardahan e la Georgia, basterebbero poche migliaia di euro per fare arrivare l'acqua nelle case, basterebbe una decente strada per facilitare il commercio, basterebbe un ospedale. Ma non arriva niente: l'Europa non supera Istanbul, e anche la Turchia sembra fermarsi ad Erzurum. Come l'autostrada: quello che ne rimane, per andare a Kars, è un'esperienza infernale di curve strettissime, ciottoli, strapiombi vetiginosi, ruote bucate. Di macchine non ne viaggiano.
Tuttavia c'è qualcuno che un giorno ha sfidato le gole, il vento e la polvere di questo altopiano inaccessibile. Qualcuno che del Caucaso aveva talmente bisogno da girarlo villaggio per villaggio: lo zio d'America. O meglio, per gli abitanti della zona, l'“Uomo della Betecé” . È spuntato dal nulla nel 2003 forte del progetto della British Petroleum, dei tubi dell'impresa di costruzione turca Botas, ma soprattutto dei fondi della Comunità europea e del permesso turco. Incondizionato.
A Gobanli, villaggio curdo poco distante da Ardahan, dove la moschea è l'unico edificio in cemento, l'uomo della Betecè se lo ricordano tutti molto bene: “Sembrava una persona rispettabile. Ben vestito, poi”. Grossa macchina, grosso sorriso e milioni di promesse: lavoro, trattori per coltivare, infrastrutture, finanziamenti per formare cooperative agricole. Ai contadini di Gobanli brillano ancora gli occhi quando parano dell'asfalto: “Ci aveva promesso pure una strada nera, una di quelle vere, lisce. Parlava di questo oleodotto, diceva che avrebbe portato soldi a tutti se firmavamo per farlo passare dai nostri campi.” e tutti hanno firmato. Oggi, a un anno dall'inaugurazione, l'oleodotto passa a ridosso delle case di Gobanli. Una lunga striscia di terra dall'aspetto sbruciacchiato, circondata soltanto da detriti e pietre. Non ci cresce neanche l'erba. Una processione di anziani di Gobanli la mostra, presto raggiunta da una scolaresca urlante: stanno tornando i bambini del villaggio.Tutti i giorni percorrono a piedi i quattro o cinque km verso la scuola più vicina. I più grandi tengono per mano i piccoli, e così via andata e ritorno. Ci sono pochissime scuole in Caucaso e nei villaggi più lontani le famiglie devono accollarsi l'onere di noleggiare macchine comuni, col problema dell'assenza di strade e della neve che si scioglie soltanto a maggio. Anche scuole aveva promesso, lo zio d'America.”Si, scuole. E noi a crederci. Poi sono arrivati i trattori a bloccarci il passaggio. Per due anni non abbiamo potuto coltivare. Allora abbiamo chiesto di poter lavorare all'oleodotto, per sopravvivere. Ma i curdi non li volevano. E dopo, anche gli animali hanno cominciato a morire.” In caucaso, le poche bestie smagrite e barcollanti sono tutto: la lana per l'inverno, la pelle da vendere, lo yoghurt da mangiare, lo sterco per costruire i mattoni. “Cadevano negli scavi, la Botas li ha lasciati aperti per mesi anche dopo la fine dei lavori. Credo che ciascunodi noi, da questo oleodotto, abbia avuto danni per...non so, 600 euro. Forse anche di più.” Ma al villaggio nessuno si è ribellato? La domanda sembra persino imbarazzarli. Avevamo firmato, spiegano. E qualcuno aggiunge: “è che noi ci credevamo”.
Proseguendo lungo l'oleodotto il mosaico di villaggi azeri, curdi, alevi e turchi è un calvario di lamentele e indigenza. Ovunque lo Zio d'america sembra essersene sparito da un giorno all'altro, lasciando prima gli scavi aperti, poi i campi incoltivabili.
“Aveva promesso di rimborsarci il terreno e lasciarci il campo dopo i lavori, di dissodarlo di nuovo, senza lasciarci neanche una pietruzza”, raccontano nel villaggio turco di Kartal Pinar, subito all'uscita di Ardahan. È la discarica abusiva di Ardahan: la valle è punteggiata di sacchetti di immondizia, in mezzo ai quali il bestiame mangia e i bambini giocano. Qui, l'attento uomo della BTC è passato promettendo un sistema di canalizzazione e fognature per tutte le case. Mai realizzato. Almeno agli abitanti di Kartal Pinar è stato permesso di lavorare: “Il lavoro era al minimo, qualche centinaio di lire al mese. Ma non era duro: facevamo la guardia, 12 ore al giorno, alle pompe dell'oleodotto. Contro i curdi. L'impresa dell'oleodotto ha paura degli attentati del PKK.” Gli indipendentisti del PKK in Caucaso ci vengono soltanto d'estate per via delle condizioni climatiche. Arrivano dal sud, oppure sonoi ragazzi dei villaggi locali che, a fronte delle repressioni per chi fa politica, lasciano tutto e se ne vanno sui monti. Nel governo turco, costretto a rimborsare la British Petroleum in caso di danno, è forte l'apprensione per un sabotaggio da parte del PKK. “Sì, un lavoro meglio che niente.”, continuano a Kartal Pinar “Solo che ci hanno licenziati dopo due mesi, senza spiegazioni. E due mesi non sono niente. Adesso abbiamo quelle terre inutilizzabili. Neanche il trattore ci passa. Uno di noi ha perso 700 euro fra terreno e bestiame; gliene hanno ridati 8. Ma il mukhtar, il nostro capovillaggio, ci ha obbligati a firmare e starezitti.”
Ali Gocpe, no. Lui non ha firmato. È stato l'unico, nel suo villaggio. La terra gliel'hanno portata via lo stesso . Oggi, dopo aver tentato un ricorso presso la giustizia turca, sta facendo appello alla corte europea. Nel suo bar di lamiere ed assi di legno, tappezzato di piccole frasi e poesie in curdo, Ali serve il thè su tovaglie di giornali vecchi, abbassa la televisione, e chiarisce: “Non lo faccio per la terra. È che voglio giustizia. Qui la gente non ha niente, le famiglie devono sfamare 4 o cinque figli, devono anche pagare il prezzo per un oleodotto che arricchisce lo stato e la British Petroleum? Poi però vengono a parlarci di cittadinanza, a dirci che noi curdi non siamo fedeli alla repubblica Turca.” . Ali si dice pronto, nel caso l'istanza venga accettata, a coprirne – in qualche modo – tutte le spese. Sulla porta dichiara fiducioso il nome del suo avvocato: proprio Taner Erdogan, l'entusiasta del BTC. C'è molta disinformazione nei villaggi sui possibili ricorsi legali: la frammentazione etnica, l'analfabetiso, le difficoltà di spostamento. Girano voci, la più frequente parla di gente che ha fatto causa e si è ritrovata sotto accusa per andare contro gli interessi nazionali. E gli altri si arrendono. “In realtà, ci sono state almeno 30 richieste presso il Tribunale europeo . Solo che nessuna è stata accolta”.Ferhat, turco, attivista di sinistra, di processi in corso ne ha una collezione. Rischia almeno otto anni di carcere. Nel 2003 la repressione della gendarmerie turca intorno al BTC fu molto dura, con arresti sommari e delegazioni italiane ed inglesi boicottate senza che neanche alle rispettive ambasciate fosse permesso di contattarle. Per Ferhat, fra leaccuse spicca un “Sabotaggio degli interessi energetici della repubblica turca”: ha passato gli anni della costruzione del BTC a girare i villaggi mostrandone i disagi agli stranieri, cercando di convincere i contadini a coalizzarsi e protestare, scuotendo l'opinione pubblica europea perchè gli accordi sui rimborsi venissero rispettati. Non facile, attirare l'attenzione sul Caucaso turco. Adesso la sua speranza è che la BTC possa essere costretta ad un rimborso più consistente, che permetta di costruire un sistema di acqua potabile nei villaggi, una scuola, un ospedale, qualcosa. “Di rimborsi ne sono stati stanziati, eccome.” apre e mostra il menù del bar in cui siede ”più o meno...no, neanche una tazza di thè il metro quadro: meno di 50 centesimi”. Ride. Benchè Ferhat sospetti degli intermediari, dei capi villaggio e del sindaco di Kars, che per favorire i lavori e tener buona la popolazione avrebbero avuto forti tangenti, ammette che il sistema dei rimborsi è stato piuttosto trasparente. E paradossale: le “tazze di thé” sono state stanziate in conti in banca personali. Dunque anziani semianalfabeti, scollegati dal mondo intero, si sarebbero dovuti recare fino al paese più vicino ed aprirsi conti per rimborsi di 8-9 euro. Una somma con la quale si paga a malapena il viaggio fino a Kars.
Reza, lui l'ha avuto il rimborso; 100 euro per 20 metriquadri di campo. Non molto, rispetto a quanto pattuito. Ma meglio di niente. Finchè un giorno è arrivato il gasdotto, il Baku-Tiblisi-Erzurum, a doppiare l'oleodotto. Da un giorno all'altro, Reza ha perso l'accesso al pezzo di campo che gli restava. Oggi, delle grandi opportunità della Turchia non lo interessano: “che mi importa di dove va quel petrolio? A me avevano promesso l'acqua corrente in casa!”, sbuffa incrociando due donne che portano sulle spalle l'acqua del pozzo più vicino. Reza è un alevi, come tutto il villaggio di Derekoy. Gli alevi sono un'antica setta sciita che conta adepti sia fra i turchi che fra i curdi. Non hanno imam né moschea e non credono nella Shari'a, perchè l'uomo che ha bisogno di regole religiose è spiritualmente immaturo; per la loro impostazione universalista sono da sempre lo zoccolo duro della sinistra radicale turca, oggetto di dure persecuzioni.
Reza non se ne fa una ragione. Nella sua casetta di sterco, disegna sul quaderno il campo rubato, traccia l'oleodotto, poi il gasdotto.“Ci abbiamo creduto fino in fondo a quelle promesse. Non abbiamo niente qui. A che serviva ribellarsi? In questo paese non puoi dire niente. Noi alevi non abbiamo neanche rappresentanza in prlamento, muoriamo a centinaia nei loro pogrom eppure ancora non se ne parla. Dov'è la democrazia? Continuano a costruire moschee quando abbiamo bisogno di ospedali, di scuole, di diritti. Ma in turchia i diritti ci sono soltanto per gli alberi. Quelli, anche se gli spari non muoiono. Qua stai bene se non pensi, se non fai politica”. Reza torna sul campo, indica la finestra, poi prende le sue foto di Che Guevara e le fa vedere una ad una, le ripone, dice che è un problema di classe, di poveri schiacciati dalle esigenze del capitale. Poi ci ripensa, scrive qualcosa e lo mostra: “L'uomo che può vedere con i suoi occhi non teme le manette”
Fuori, il vento ruvido del Caucaso batte i campi. La polvere lascia appena intravvedere le due vene d'acciaio che marchiano l'altopiano, l'oleodotto ed il gasdotto. Le due grandi opportunità regalate ai montanari del Caucaso.
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