sabato 11 aprile 2009

le aree di libera schiavitù

Left, 6 luglio 2007

di alberto tetta

Durante un seminario ad Adana il vicepresidente dell’Autorità Statale per le Privatizzazioni (OIC), Osman Demirci, affermava soddisfatto: “secondo i dati della Banca Mondiale, la Turchia, negli ultimi quattro anni risulta il primo Paese al mondo in quanto a privatizzazioni” e che “ i capitali esteri sono ben accetti in Turchia in tutti i settori”.

In seguito all'ultimo colpo di stato militare degli anni '80, secondo il principio “rendiamo la Turchia una piccola America”, per favorire l’entrata di tali capitali stranieri sono state costitutite estese aree industriali in Turchia che godono del principio di extraterritorialità: le Aree di Libero Scambio. L'oledotto Bak-Tiblisi-Ceyhan ne è soltanto una variante. Nelle aree di libero scambio è proibita l’organizzazione sindacale, la merce ed i capitali sono esentasse, i turchi ci entrano col passaporto e le dispute vengono risolte da un Consiglio autonomo. Affittare un capannone per 99 anni può costare appena 250 000 dollari. Create nel 1987, oggi di tali zone-fantasma ve ne sono almeno diciannove, distibuite omogeneamente su tutto il territorio turco. Il governo liberista del premier Erdo ğan e la TÜSİAD, la confindustria turca, le difendono sostenendo che creano posti di lavoro e favoriscono lo sviluppo industriale nazionale attraverso la penetrazione di capitale straniero, i sindacati come la DİSK (Confederazione Progressista dei Sindacati Operai) le considerano invece non-lughi di pesante sfruttamento . La maggior parte delle imprese coinvolte sono europee (almeno14 italiane) e americane; hanno delocalizzato la produzione in Turchia alla fine degli anni novanta, attirate dalla possibilità di utilizzare una manodopera a meno di nove euro al giorno, o di stoccare merce e capitali esentasse. Nell'infinito dibattito sull'ingresso turco nella comunità europea, il nodo sulle aree di libero scambio potrebbe rivelarsi insuperabile: il diritto comunitario ne vieterebbe l'esistenza, ma che dire di tutte le imprese europee che da vent'anni ci fanno affari?

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